sabato 19 maggio 2018

dopo Vicchio

Appunto n. 24

Proseguiamo con l'analisi dei fatti di cronaca e delle testimonianze attorno al delitto Rontini - Stefanacci del 29 Luglio 1984 spostandoci stavolta ai giorni immediatamente successivi.
E' trascorsa soltanto una settimana quando su L'Unità compare un'interessante intervista a un noto psichiatra che ipotizza la possibile malattia del Mostro e si lascia andare ad alcune considerazioni che vale la pena leggere.


L'Unità
5 AGOSTO 1984

Intervista allo psichiatra Pancheri sulla personalità dell'ignoto maniaco
"Il mostro di Firenze non ricorda quello che ha fatto"
Probabilmente colpisce dopo aver collezionato l'ennesima frustrazione sessuale

ROMA - Sono ormai tanti anni che il cosiddetto "mostro" di Firenze colpisce, e tutti concordano nel ritenere che l'assassino sia un malato psichico. Ma secondo lei, professor Pancheri, può una malattia del genere durate inalterata per tanto tempo? O si deve prevedere che essa conosca un'evoluzione, e che prenderà presto una piega piuttosto che un'altra?
"Dipende dall'età, a mio parere" dice il professor Paolo Pancheri, direttore della quinta clinica psichiatrica all'Università di Roma. E' a casa, vi trascorre una parte delle ferie:
"Roma - spiega - è quanto mai piacevole in queste settimane".
In altri periodi dell'anno il professore sceglie invece, per le ferie e un vero riposo, la sua stanza abituale in un efficientissimo albergo di Nuova York; lo rasserena quando è là, e lo rinfranca, constatare in ogni momento che ogni cosa funziona alla perfezione.
"Ma torniamo al nostro malato, mi fa piacere parlarne con lei perché questo mi dà modo di sviluppare pensieri sui quali nei giorni scorsi, leggendo i giornali, mi ero già soffermato.
Se il male dell'autore degli omicidi di Firenze si è sviluppato quando aveva vent'anni, oggi è da credere che esso persista affatto inalterato."
- L'omicida quindi può continuare a colpire come ha già colpito.
"Se invece la malattia è insorta quando aveva ormai quaranta, quarantacinque anni, sarà da credere che essa sia prossima a invecchiare, così come invecchia la persona. La mia idea però è che il nostro malato abbia cominciato a colpire quand'era abbastanza giovane."

PROFILO CLINICO
- Si può tentare di tracciarne un profilo clinico? Lo scopo è sempre, naturalmente, quello di trovare il modo di prevedere il suo comportamento.
"E' difficile, stando a quanto si riesce a sapere di lui dai giornali. Noi non conosciamo il paziente, e quindi bisogna fare appello all'immaginazione per tentare di descrivere questo eventuale comportamento: ma sarebbe assai utile se si cominciasse a raccogliere in un calcolatore tutte le particolarità del comportamento di malati di questo genere, nel nostro e in altri paesi. Intanto direi che, clinicamente, qui non abbiamo a che fare con un paranoico: quest'ultimo vive in un proprio delirio, si ritiene perseguitato. Non è il nostro caso. Direi che esso non rientra neanche nelle patologie consuete. Certamente non è uno schizofrenico: quanto meno, a me casi del genere non sono capitati mai. Il nostro malato mi fa pensare piuttosto all'epilessia".
- Si tratta di quel male per cui chi ne è colpito si butta a terra, si torce, sbava?
"Il male non si manifesta solo e sempre così. Diciamo che per via di una lesione al cervello, per esempio, l'epilessia riduce nel paziente la soglia della capacità di controllo del comportamento. Quando interviene scatena manifestazioni che sono già pronte.
Per lo più, poi, il malato non ricorda quello che ha fatto; però può accadere anche il contrario. Anzi, ora che mi ci fa pensare, il caso di Firenze mi fa tornare in mente la vicenda di un mio paziente, un vero epilettico. Quando lo colpiva la crisi scappava di casa, se ne stava via anche due o tre giorni filati, passava il tempo a spiare le coppie nei prati e nei boschetti. Viveva nella sua macchina, tornava a casa dopo queste assenze in stato pietoso: sudicio, con la barba lunga, stremato. Ma ricordava tutto e diceva che quando la crisi arrivava l'impulso era irresistibile. Naturalmente la somiglianza con il caso di Firenze finisce qui, il mio paziente non ha mai ucciso. Sottoposto a terapia, in seguito, è molto migliorato".
- Vedo che anche per il caso di Firenze lei pensa a un voyeur, a un guardone.
"Beh, sì. E' un comportamento di base che può essere favorito da diverse circostanze. Per esempio, mi stupirebbe che l'assassino fosse sposato, che avesse comunque una compagna fissa. Forse ha problemi con la madre, forse anzi vive solo con la madre o forse del tutto solo, addirittura".
- Ho conosciuto un anziano aristocratico che per non dare un dispiacere alla mamma, vecchissima e con la quale continuava ad abitare, non si era voluto sposare mai. In compenso aveva fatto strage di cuori di cameriere, domestiche e commesse in tutto il quartiere.
"Succede. Ma non perciò, poi, uccideva, no? Qui, magari, noto un'altra caratteristica: il nostro malato è terribilmente insicuro perché va in giro armato: una pistola e un coltello".

ESCE ARMATO
- Non pensa che si armi così le sere in cui ha deciso di uccidere?
"Sarei più propenso a credere che di solito, quando va per prati, esce armato. Poi non è detto che uccida ogni volta che si mette a spiare una coppia. Spiare gli altri è un suo comportamento di base come lo è andare in giro armato. La crisi epilettica, l'impulso a farlo, può essere scatenato da un fattore esterno: dall'alcol, per esempio, perfino da una bevuta di acqua, poiché la pressione di questa nel corpo accentua l'edema del cervello".
- E quindi anche, forse, dalla vista di una coppia che fa l'amore; anzi, che si accinge a fare l'amore: è stato notato che il malato scatta proprio quando i due stanno per terminare le manovre di approccio.
"Lo stato di eccitazione infatti può provocare la crisi. Oppure la può provocare un'estrema frustrazione: per esempio il nostro malato ha tentato un'ennesima volta di andare con una donna la sera prima, qualche giorno prima, e ha fatto cilecca. Questo avvenimento esterno può provocare la crisi, l'impulso irresistibile in un malato che, normalmente, appare invece piuttosto mite.
Nessuno pensi che un malato di questo tipo a un semaforo, per esempio o per un sorpasso, impugnerà mai la pistola o il cacciavite. Anzi, molto probabilmente esibirà un atteggiamento sottomesso."
- Mi pare che il campo delle possibilità si stia restringendo. Anzitutto dunque si dovrebbe cercare un uomo tra i trenta e i quarant'anni di età, o poco più. Poi lo si dovrebbe ricercare tra coloro che vivono soli o con la madre.
"Soprattutto, se fossi inquirente, cercherei nell'ambiente delle prostitute. Chiederei se per caso il giorno prima, o pochissimi giorni prima dell'eccidio una di loro non abbia avuto tra i clienti un uomo particolarmente inibito e che anzi abbia reagito con qualche stranezza alla constatazione di non essere in grado di consumare l'atto".

a firma: Silvano Villani

*****

Passano due mesi dalla pubblicazione dell'articolo ed abbiamo un nuovo omicidio in pieno centro a Firenze.
Ancora una prostituta non più giovane, ancora nessuna effrazione nell'appartamento.
La donna si sentiva da tempo minacciata.
Facendo viaggiare la fantasia, è opera di un mostro che tenta di zittire una possibile testimone?
Luisa Meoni come Pinuccia Bassi, uccisa tre giorni prima di Vicchio?




L'Unità
14 OTTOBRE 1984

La donna ha aperto la porta di casa all'assassino
PROSTITUTA SOFFOCATA A FIRENZE
E' LA QUARTA VITTIMA DAL 1982

Una prostituta, Luisa Meoni, di 46 anni, di Lasta a Signa, è stata uccisa nel suo appartamentino situato al primo piano di un edificio di via della Chiesa, a Firenze.
La donna, secondo i primi accertamenti di carabinieri e polizia, sarebbe stata soffocata.
Il cadavere è stato trovato disteso sul pavimento della camera da letto.
Luisa Meoni era vestita ed i suoi abiti sono stati trovati in ordine. Il 27 luglio scorso un'altra prostituta, Giuseppina Bassi, di 55 anni, fu strangolata da ignoti nel suo appartamento vicino alla stazione di Santa Maria Novella.
Negli ultimi tempi altre due prostitute sono state assassinate nei loro appartamenti di Firenze: Giuliana Monciatti, di 40 anni (12 febbraio 1982) e Clelia Cuscito, di 37 anni (14 dicembre 1983), entrambe uccise a coltellate. Anche i responsabili di questi delitti non sono ancora stati individuati.
A scoprire il cadavere di Luisa Meoni è stata la donna delle pulizie quando ieri, verso le 11, si è recata nell'appartamento della prostituta. Il corpo si trovava supino sul pavimento della camera da letto.
L'assassino, o gli assassini, le avevano immobilizzato le braccia annodando tra loro le maniche del maglione che la Meoni indossava. La bocca era tappata da un batuffolo di cotone che ora è all'esame degli investigatori.
Sul corpo non sono stati riscontrati segni evidenti di violenza, per cui gli inquirenti ritengono che Luisa Meoni possa essere stata soffocata con il batuffolo di cotone.
La stanza è stata messa a soqquadro e, secondo le prime indagini dei carabinieri del reparto operativo, sono stati presi denaro e preziosi. I carabinieri quindi hanno preso in considerazione l'ipotesi che ad uccidere la prostituta siano stati dei rapinatori ma non escludono collegamenti con i precedenti delitti di prostitute ed in particolare con quello di Giuseppina Bassi.
E' stato inoltre accertato che è stata la donna (la quale venerdì sera era sicuramente viva) ad aprire al suo assassino, poiché non sono stati trovati segni di effrazione. Le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore Emma Boncompagni.


gli omicidi prima di Vicchio (Appunto n. 23)
il Mostro di Vicchio (Appunto n. 22)

mercoledì 9 maggio 2018

prima di Vicchio

Appunto n. 23

"Tanti delitti, molte domande".

Sono queste le parole di Riccardo Catola, sulle pagine de La Nazione il 29 Luglio 1984.
Perché la settimana che precede il duplice omicidio Rontini - Stefanacci, si è svolta una vera e propria carneficina:

Adele Barsi.
Insegnante fiorentina di lettere alla scuola media "Don Facibeni".
Trucidata in vacanza a Brunico, Alto Adige, da un maniaco senza volto.

Un cadavere carbonizzato e tutt'ora senza nome, accanto a un'auto rubata, ritrovato nei campi di Cornocchio, fra Calenzano e Barberino del Mugello.

Franco Sommovigo, tecnico fiorentino dell'arsenale militare di La Spezia.
Dipendente del "Geografico Militare" trovato morto in mare in circostanze assai misteriose e inquietanti.

Ma soprattutto:

26 LUGLIO 1984, giovedì
Ore 21-22.
Giuseppina "Pinuccia" Bassi, prostituta di 55 anni.
Strozzata in un appartamento di via Benedetta 2, dietro Via della Scala, di fronte alla discoteca Space Elettronic.
Il suo yorkshire Puffi non ha abbaiato durante l'aggressione ed è rimasto a vegliare il cadavere della padrona.
Cadavere nudo ritrovato alle ore 13 di Venerdì dall'amico e padrone di casa Umberto Cirri.
Completamente nuda, occhi sbarrati, distesa supina sul tappeto della camera da letto.
Lenzuola del letto disfatte.
Medici legali Mauro Maurri e Mario Graev.
Nessuna colluttazione, nessuna resistenza della donna, nessun segno di violenza a parte lo strozzamento operato con mani alquanto robuste.
La donna aveva un fisico molto forte, avrebbe potuto reagire alla minima esitazione del maniaco.
Nessuna traccia sotto le unghie, né peli, né sangue, né fibre tessili.
Incassava almeno mezzo milione di lire al giorno, ma la borsetta bianca dove conservava i soldi non è stata ritrovata.
"Se c'è stato un furto, può anche aver avuto lo scopo di sviare le indagini."
Chi non la conosceva non avrebbe mai immaginato il suo mestiere. Era molto elegante, riservata e cortese.
Nata a Rovigo, si trasferì a Firenze nei primissimi anni Sessanta dopo aver avuto una figlia.
In quel periodo faceva l'indossatrice per una casa di alta moda.
Ebbe una relazione con un ex pilota automobilistico, poi iniziò a prostituirsi in via Tornabuoni.
Per la propria sicurezza personale, dopo il '70 decise di prendere in affitto il magazzino di via Benedetta per accogliere i clienti.
In quegli anni abitava a Vaglia insieme a Pasquino Casati e la coppia nel '76 venne arrestata con armi e 300 grammi di eroina.
Entrambi assolti in appello, il compagno finì successivamente in carcere in Spagna.
Quindi Pinuccia era andata ad abitare in via Fiesolana, parallela di Borgo Pinti.





Troppi omicidi in una sola settimana.
Tutti senza colpevole.
Carabinieri e polizia cercano risposte a Firenze, nel Sud Tirolo e a La Spezia.

Sempre dall'articolo de La Nazione:

"Quando l'assassino è così abile da non lasciare tracce, quando nessuno vede o sente o sa dare una qualunque indicazione, quando soprattutto i delitti non hanno movente neanche in apparenza, è praticamente impossibile arrivare alla soluzione".
E' la spiegazione degli inquirenti.
In parte è ragionevole, in parte è tautologica, nel senso che risponde alla domanda con gli argomenti della domanda.
Come se si dicesse che un caso non si risolve per il semplice motivo che non si risolve.
Spiegazioni simili ne sono state sempre date anche a proposito del Mostro di Firenze, il maniaco delle coppiette che per quanto ne sappiamo è ancora in libertà malgrado l'arresto di ben tre persone.
Sono valide queste spiegazioni?
(cut)
I vari squartatori di Londra sono ancora a piede libero.
I mostri di Boston e gli "Zodiac Killer" della California anche.
Segno che a tutte le latitudini scoprire chi uccide senza motivo è quasi sempre un rebus irrisolvibile. Anche a Firenze sono tanti. Nel dopoguerra superano la trentina.

Il giornalista non può sapere che, proprio quella sera, poche ore dopo la pubblicazione del suo articolo, il Mostro di Firenze tornerà a colpire, strappando la vita all'ennesima coppia di giovanissimi fiorentini.
E non è finita.
Nel prossimo appunto ci concentreremo sul dopo Vicchio, perché anche in quelle settimane l'ondata di sangue non si fermerà.


il Mostro di Vicchio (Appunto n. 22)

venerdì 4 maggio 2018

il Mostro di Vicchio

Appunto n. 22

Nel precedente appunto ci siamo concentrati su un uomo dall'accento toscano, non più giovane, che la notte del duplice omicidio Rontini - Stefanacci fa una strana telefonata ai carabinieri di Borgo San Lorenzo. Le sue frasi fanno riferimento a un vecchio fumetto ispirato al mostro. Fumetto divenuto a sua volta fonte di ispirazione per i macabri assalti del killer, anticipando l'asportazione del seno della vittima femminile.
Non è l'unico fatto interessante di quei giorni.
Un uomo alto "non più giovane con accento toscano" è stato anche visto, da più persone. E tutte ne danno una descrizione molto - troppo - simile.
Nel libro "Al Di Là Di Ogni Ragionevole Dubbio" troviamo diversi verbali che ci consegnano un individuo quantomeno sospetto che si aggira per Vicchio, proprio intorno alla data del duplice omicidio.
Il consiglio è quello di leggerli nella loro interezza, qua ne riporto brevemente alcuni dati in ordine cronologico che evidenziano l'univocità del soggetto.

NB: l'individuo di nostro interesse non viene mai visto arrivare o andarsene in auto o con altro mezzo.





14 LUGLIO 1984, sabato

- riva del fiume Sieve
- 40/45 anni
- alto 180 cm
- corporatura robusta e prestante
- capelli corti con riga sul lato sinistro, stempiato, castano chiaro o biondo o rossiccio
- viso leggermente ovale
- senza occhiali
- molto distinto, forse un professionista
- pantaloni beige o grigio chiari
- camicia parzialmente sbottonata, senza maniche o tirate su

A dieci metri dall'imbocco della stradina del delitto, da dietro un cespuglio spia le persone sotto di lui, intente a prendere il sole o pescare sulla riva del fiume. Ad un certo punto cade un grosso sasso che allarma i presenti. Si girano verso di lui che quindi scappa tra le frasche, senza scusarsi, incurante di dove vada a finire il sasso.

(Tiziana S., 5 Agosto 1984, ore 10:30 presso CC di Vicchio)

***

21 LUGLIO 1984 ipotetico: "circa due sabati prima dell'omicidio"

- ore 18:00
bar La Spiaggia
- consuma qualcosa per 10 minuti
- persona non del luogo, mai vista
- 45 anni
- alto 180 cm
- molto robusto
- capelli corti rossicci biondi e stempiato
- occhi marrone chiaro
- viso tondo
- colorito roseo
- labbra carnose
- senza barba né baffi
- maglietta chiara e forse jeans

Rivolgendosi ad una cliente:
"Hai ancora la tenda in quel posto?"
La ragazza risponde di sì con tono scocciato.
"Allora questa sera vengo a trovarti..."
La ragazza dice che quella sera non ci sarà, paga il gelato e se ne va frettolosamente.

(Emanuela B., 2 Agosto 1984, ore 13:30 presso CC di Vicchio)

***

22 LUGLIO 1984, domenica

- ore 17:00
- bar La Spiaggia
- forse non ordina niente
- persona non del luogo, mai vista
- alto 175 cm
- corporatura robusta
- viso rotondo e roseo
- capelli biondi corti lisci con ciuffo, forse stempiato
- 45 anni
- pantaloni e maglietta scura
- accento toscano
- quando parla non sembra del tutto normale
- scruta vogliosamente dall'alto al basso

"Quante siete a lavorare qui?"
Dice che aveva visto una signora mora ed un'altra moretta.
Pia è presente nel bar, al banco accanto, lui rimane anche quando lei termina il turno alle 17:45, curiosando dentro e fuori dal locale.

(Luciana L., barista, 2 Agosto 1984, ore 12:25)

***

28 LUGLIO 1984, sabato

- ore 19:30
bar La Spiaggia
- consuma un caffè
- maglietta chiara e forse jeans

Raggiunge la barista dietro la macchina del caffè.
La chiama per nome.
Chiede se va a ballare.

(Emanuela B., 2 Agosto 1984, presso CC di Vicchio)

***

29 LUGLIO 1984, domenica

- ore 16:45
- bar La Torre
- consuma una birra
- persona non del luogo, mai vista
- alto 1,75 cm
- corporatura robusta
- fronte alta e stempiata
- capelli molto corti biondi sul rossiccio
- occhi marroni
- naso normale
- mani grandi e grosse
- anello vistoso con stemma squadrato
- completo beige, camicia celestina, cravatta scura, scarpe scure
- mano davanti alla bocca, arrabbiato, digrignava, non era un tic
- nessun segno particolare
- somiglia ad un loro conoscente di Borgo San Lorenzo ma non è lui

La testimonianza ormai la conosciamo tutti, come detto qui mi limito a sintetizzare i dati:
- coppia giovane, panda chiara, riconosciuta come Rontini - Stefanacci da tutti e tre
- arriva al bar dopo di loro
- se ne va appena vanno via loro

(testimoni Baldo Bardazzi + padre Piero + sorella, verbale del 1 Agosto 1984, ore 8:35, CC di Vicchio)

*

- ore 20:00
- bar La Spiaggia
- consuma un caffè
- persona non del luogo, mai vista
- alto
- corporatura robusta
- stempiato
- capelli corti e chiari
- molto distinto
- sguardo serio "mussoliniano"
- giacca chiara e pantaloni scuri nonostante il caldo
- molto somigliante all'identikit (non è specificato ma si presume quello di Bardazzi) a parte la bocca superiore che vede più pronunciata

Il testimone è incerto tra il sabato e la domenica, ma vista la precisa testimonianza di Emanuela del sabato e il riscontro con l'identikit, il diverso abbigliamento fa propendere per la domenica.

(Franco L., 1 Agosto 1984, ore 21:00)

***

31 LUGLIO 1984, martedì

In Piazza Giotto si tengono i funerali dei due giovani, lì dove anche Stefania Pettini trascorreva il tempo dieci anni prima.
Bardazzi è presente con la polizia per identificare l'avventore del bar, ma l'esito è negativo.

***

1 AGOSTO 1984, mercoledì

- ore 10:00 oppure 11:00
- bar La Spiaggia
- chiede solo un caffè
- nessuna interazione, nessun approccio spregiudicato né domande particolari

(Luciana L., barista, 2 Agosto 1984, ore 12:25)





Queste testimonianze rese nell'immediatezza dei fatti (e per questo sicuramente molto più affidabili e sincere di tante rese a decenni di distanza) ci consegnano un personaggio ben preciso, che da metà luglio si aggira per Vicchio. Che approccia le colleghe della futura vittima, interagisce con loro in modo diretto, anche con le clienti.
Addirittura si parla di tenda da campeggio e visite notturne un anno prima dell'ultimo colpo del mostro, a Scopeti.
Che sembra studiare una possibile via di fuga dalla piazzola, attraverso i pochi metri della Sieve.
Che segue le vittime in un bar.
Che parla di discoteca, altro input che ci riporta al delitto Gentilcore - Pettini del 1974.
Al funerale non si fa vedere.
La mattina successiva si ferma a prendere un caffè ma a quanto pare non spiccica parola.
Dopo quel caffè non lo rivedranno più.
Abbiamo dei probabili pedinamenti ai danni di Pia Rontini, testimoniati da Mauro Poggiali che riaccompagnava la ragazza dal bar. In almeno un paio di occasioni ha notato un'auto amaranto che li seguiva lungo quei 750 metri di tratta.
Dal blog Calibro22 si riporta inoltre che "durante tutta la settimana precedente vi sono vari avvistamenti in prossimità dello svincolo per la fattoria La Rena di una Renault rosso bordeaux di vecchio tipo ferma con una sola persona a bordo".

Per chi scrive, questo individuo deve essere tenuto in seria considerazione, unitamente alla telefonata, quando si ragiona del caso "Mostro Di Firenze".



Al Di Là Di Ogni Ragionevole Dubbio (acquista l'essenziale testo di Cochi - Cappelletti - Bruno)
la Telefonata del probabile Mostro (Appunto n. 21)
Mauro Poggiali racconta i pedinamenti dell'auto amaranto (Insufficienza Di Prove)

sabato 31 marzo 2018

Telefono e Fumetti

Appunto n. 21

TELEFONO

Vicchio, 29 Luglio 1984.

Ore 21:05
Pia Rontini, 18 anni, esce di casa e si reca dal fidanzato Claudio Stefanacci, 22 anni.

Ore 21:15 circa
I due ragazzi escono a fare un giro in macchina.

Ore 21:45
Due testimoni, da posizioni differenti, sentono 3 colpi di arma da fuoco succeduti da altri 2 colpi, provenienti dalla Boschetta.

RELAZIONE DI SERVIZIO


Io sottoscritto Carabiniere MESSINA Francesco, appartenente alla Stazione di Borgo S.Lorenzo, addetto al Nucleo Operativo, in data 29-7-1984, ero stato comandato di servizio alla Centrale Operativa, con turno 20-24 e 00-08.
Durante tale turno di servizio, ho ricevuto le sottoelencate richieste di intervento:


-ore 00,45,
informato telefonicamente, da voce femminile che si qualificava per la signora Stefanacci di Vicchio, che il proprio figlio Claudio, stranamente, ancora non aveva rincasato ed era in compagnia della fidanzata RONTINI Pia;


-ore 03,45,
informato da telefonata anonima del seguente tenore:
"VENITE SUBITO A VICCHIO, LOCALITA' BOSCHETTA, SI SONO TROVATI DUE RAGAZZI MORTI" (fine della telefonata)
-la voce dell'interlocutore era stravolta e affannata-;


-ore 04,28,
informato telefonicamente da persona qualificatasi per il sig. FARINI, titolare del panificio Sagginale, che nell'omonima frazione si era verificato un incidente stradale senza feriti, nel quale erano coinvolti un autotreno ed un furgone.
-inviata un'autoradio con equipaggio composto dai C.ri MAUGERI Pietro e RICCI Giovanni, giunta sul posto comunicava che non aveva trovato alcun incidente- Lo sconosciuto interlocutore si esprimeva con accento toscano e dimostrava un'età non giovanile-


Borgo S.Lorenzo, lì 7-8-1984


C/re MESSINA Francesco


E' lecito pensare che la telefonata delle 3 e 45 sia stata effettuata da uno dei ragazzi che si era impegnato nelle ricerche della coppia.
Anticipa di pochi minuti un'altra telefonata, stavolta ai carabinieri di Pontassieve, ai quali viene comunicata la stessa triste scoperta.
Direi giusto il tempo di tornare alle rispettive abitazioni o trovare una cabina telefonica.
Quindi i corpi di Pia e Claudio sono stati trovati prima delle 3 e 45.

Ore 04:10
Arriva sul posto il maresciallo Polito di Vicchio.

Ore 04:20
Arriva sul posto il comandante Sticchi di Pontassieve.

Ore 05:00 circa
Arriva sul posto il magistrato Canessa.

La telefonata delle 4 e 28 però è diversa da tutte le altre. Molto diversa.
Chi l'ha fatta non era il testimone involontario di un incidente automobilistico ed è difficile ritenerlo un mitomane, vediamo perché analizziamo tutte le informazioni che l'anonimo interlocutore lascia - volontariamente - ai carabinieri di Borgo.

- uomo
- toscano
- non giovane
- signor Farini
- panificio
- frazione Sagginale
- incidente con autotreno
- no feriti

Il signor Farini fa pensare a un triste gioco di parole con il mestiere che dice di praticare.
Non è così. O meglio, lo è, ma solo in parte (lo capirete dopo aver letto l'analisi del fumetto).
Da sei mesi, precisamente dal 26 gennaio 1984, in galera con l'accusa di essere il "mostro di Firenze" c'è un certo Piero Mucciarini.
Non è il solo, a dire il vero, ma in questo contesto spicca rispetto agli altri nomi noti perché fa proprio il fornaio.
E nonostante l'omicidio di Vicchio, resterà in carcere altri due mesi, fino al 2 Ottobre 1984.
Mucciarini abita e lavora a Scandicci e per muoversi può contare solo sulla bicicletta, non avendo mai conseguito la patente di guida.
E il vero mostro colpisce a Vicchio, dalla parte opposta di Firenze, lontano da Scandicci, lontano dal fornaio che in quel momento è in galera accusato di essere l'autore dei delitti.
A 60 chilometri di distanza. Sia chiaro a tutti che il mostro, quello vero, può colpire ovunque nella provincia fiorentina, da una parte e dall'altra!
Ci viene poi indicata la frazione Sagginale, dove le attività commerciali attualmente sono soltanto tre: due trattorie e una pelletteria. Tenetela a mente. Nota bene: purtroppo non ho ancora scoperto se questa pelletteria esisteva già nel 1984. Sarebbe un bel colpo in "ottica fumetto".
Comunque, da Borgo se si prende la Sagginalese si arriva fino alla Boschetta. Potrebbe essere un'indicazione per le ricerche, "andate in quella direzione".
Ma, ipotizzando questo, significa forse che il mostro alle 4 e 28 non sa ancora che i ragazzi sono stati ritrovati?
Sono trascorse 6 ore dal duplice omicidio.
Dal ritrovamento dei corpi 45 minuti.
Di ipotesi se ne possono fare innumerevoli. Il mostro che assiste alle ricerche e poi fugge a casa quando imboccano la direzione giusta, impiegando quei minuti per tornare a... Scandicci? Il mostro che addirittura partecipa alle ricerche in prima persona e rimane lì fino all'arrivo del comandante Sticchi e prima di incrociare Canessa, per poi tornare a casa a fare la simpatica telefonata. Un'analisi approfondita la trovate nel libro di Valerio Scrivo, che consiglio. Ne aggiungo una mia: rimane nascosto dall'altra parte della Sieve (quattro metri che si attraversano senza bagnarsi le scarpe, d'estate) e osserva tutte le operazioni con un binocolo.
Oppure più semplicemente l'anonimo non c'entra niente con la vicenda e questo appunto non ha senso (probabile, probabilissimo).
Infine, la telefonata si chiude rassicurando che no, non ci sono feriti.
Dice il vero, non sono feriti, sono morti.
Non c'è nessuno da soccorrere. Nessuno da salvare. Nessuno che può ancora parlare.
Questa voglia di giocare con gli inquirenti avrà il suo culmine nel delitto successivo, l'ultimo del mostro.



FUMETTI

Basta la prima tavola per capire che questo giornaletto può interessarci:
"Una sera, sulle colline nei dintorni di Firenze..."
E' chiaro che la storia che leggeremo prende spunto dai fatti di cronaca della provincia fiorentina.
E' meno chiaro se la storia a fumetti a sua volta diventerà fonte di ispirazione per l'autore materiale degli omicidi di cui ci occupiamo o per sedicenti burloni armati solo di cornetta a marchio Sip.
Il fumetto in questione, nel tipico formato "alla Alan Ford" ma dai contenuti ben più violenti, è il numero 3 della collana "Attualità Gialla", pubblicato nel Gennaio 1982 dalla "Edifumetto" di Milano, la nota casa editrice "dello squalo", così come la chiamavamo da ragazzi.
All'interno vi sono tre storie, quella che ci interessa maggiormente è la prima che dà anche il titolo al volumetto:

"L'ASSASSINO DEL BISTURI
Chi è il misterioso mostro che uccide con il bisturi e asporta il pube alle ragazze?"

Purtroppo non ci è dato sapere chi ha scritto la storia né chi l'ha disegnata, perché in questo genere di pubblicazioni gli artisti preferivano non comparire per motivi professionali.
Ma cerchiamo di inquadrarla cronologicamente.
Fino al Gennaio 1982 il mostro era ritenuto colpevole dei seguenti duplici omicidi:

- 14 settembre 1974, Rabatta (Borgo San Lorenzo), vittime Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini, primo utilizzo dell'arma bianca per infierire su entrambi i corpi, successivamente si accanisce sul corpo della ragazza con quasi cento coltellate, atto finale del tralcio di vite nella vagina, nessuna traccia di sangue sul tralcio

- 6 giugno 1981, Mosciano di Scandicci, vittime Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio, asportazione del pube

- 22 ottobre 1981, Le Bartoline (Travalle di Calenzano, Prato), vittime Stefano Baldi e Susanna Cambi, asportazione del pube, ferite al seno sinistro

Gli autori del fumetto quindi, traggono spunto da questi tre fatti di cronaca per delineare il loro assassino. Il collegamento col '68 infatti arriverà solo dopo Baccaiano, nell'estate del 1982.
Considerati i tempi necessari alla realizzazione della storia, dei disegni e infine alla pubblicazione, è probabile che gli autori si siano messi al lavoro subito dopo il duplice omicidio delle Bartoline, cavalcando l'onda dello sgomento mediatico.
Quando irrompe nelle edicole il giornaletto, per chi scrive, il vero mostro sta ancora mettendo a fuoco la sua fantasia infernale.
Ha iniziato a interagire con la vittima femminile nel '74, ha compiuto l'asportazione del pube nell'estate dell'81, si è ripetuto in autunno aggiungendo un interessamento per il seno sinistro.

"E' pieno di guardoni!"
"Ma la polizia non fa niente?"
"La polizia ha ben altro a cui pensare."
"Ogni tanto ne beccano uno ma dopo qualche giorno lo fanno uscire... sono troppi!"

Nel fumetto, una giovane coppia si apparta in auto ad amoreggiare, in una piazzola piena di guardoni che litigano e addirittura pagano per i posti migliori.
A pagina 11, iniziamo a fare la conoscenza di due di questi "indiani":
Angelo Farini, professione tagliatore di pelle, è sposato e padre di famiglia, ma non sa che sua moglie ha già capito quali sono le sue attività notturne.
Alberto Rosa è l'amico con cui condivide questa passione, per loro ormai da anni irrinunciabile.
E' di nuovo sera e i due partono in cerca di una piazzola favorevole, sempre nella provincia fiorentina.

"Non vedo l'ora di sposarti... Sono stufa di far l'amore in macchina!"
"E' questione di poco, ormai: mancano solo due mesi..."

La seconda coppia che compare nel fumetto è chiaramente ispirata a Foggi e De Nuccio, i ragazzi infatti avevano programmato il matrimonio.
Alberto Rosa, ritenendosi soddisfatto dallo spettacolo inconsapevolmente offerto da "Sandro e Francesca" nella loro auto, se ne va a bere lasciando unico spettatore il Farini.
Pochi istanti prima di aver terminato l'amplesso, i due giovani vengono aggrediti da un uomo mascherato, armato di rivoltella, che li uccide.
Il signor Farini è impietrito, nascosto tra i cespugli, impossibilitato a scappare perché ciò significherebbe farsi scoprire dall'assassino.
Il mostro intanto trascina fuori dall'auto Francesca e la spoglia.
Quindi infierisce con una lama su entrambi i ragazzi e poi passa ad asportare i seni e il pube alla ragazza.
"...e il mostro omicida si impadronisce del macabro trofeo!"
"Magnifico!"
Tutto ciò è reso graficamente in modo esplicito nelle tavole del fumetto.
Il vero mostro non ha ancora asportato il seno alle sue vittime, nel fumetto lo fa già. Entrambi i seni.
Farini si sente male, vomita, è disgustato da ciò che ha visto.
Finalmente può scappare e raggiungere l'amico Rosa che lo attende in auto, entrambi bevono un goccio mentre Farini si confida.
"Ah, erano spari? Li ho scambiati per petardi..."
I cadaveri vengono scoperti da un contadino la mattina seguente. La polizia ritiene che l'autore possa essere un chirurgo, un macellaio o un infermiere. Si concentrano sui guardoni, ritenendo che il mostro si annidi tra loro.
Farini è conosciuto come guardone, quindi concorda con Rosa di riferire di essere sempre rimasti insieme (in realtà sappiamo che non è così).
La polizia non lo ritiene l'autore materiale del delitto, ma lo sbatte comunque in galera sperando che ciò lo porti a confessare quanto a sua conoscenza.
Il suo nome finisce in prima pagina.
Lo stesso giorno, Rosa riceve una telefonata dal mostro che lo minaccia:

"Così hai intenzione di scagionare il tuo amico, eh? Ti avverto. Se ti azzardi a dire che la sera del delitto Farini era con te, puoi ordinare la bara! Farai la fine di quei due sulle colline di Firenze!"

Frasi ad effetto, forse già sentite da chi ha seguito la vicenda processuale anche dopo la condanna dei Compagni di Merende.

Rosa cede alla minaccia, sconfessa l'alibi dell'amico che si ritrova quindi condannato per falsa testimonianza e sospettato come mostro.

"Il fatto che lei sia tagliatore di pelle lascia supporre che sappia maneggiare molto bene il coltello... e magari anche il bisturi!"

Nella sua cella, Farini si lascia andare ad una riflessione tanto tremenda quanto razionale:
"Se sto zitto, l'assassino si sentirà al sicuro e ucciderà ancora... E sarò scagionato!"

Vediamo quindi che il testimone dell'omicidio, non ha alcun bisogno di interloquire direttamente con il mostro per sapere come procedere.
Basta tacere e tutto si risolverà - per lui - in modo naturale, evitando ritorsioni contro la sua famiglia (sposato e padre di famiglia).
I contatti diretti, il mostro li ha voluti solo con Rosa, che non è testimone, ma che potrebbe fornire l'alibi e scagionare Farini.
Il mostro vuole Farini in galera finché gli farà comodo, ha in pugno la situazione.

Nella realtà, Enzo Spalletti la sera del delitto del 6 Giugno 1981 stava facendo il guardone assieme all'amico Fosco Fabbri, che poi lo aveva lasciato da solo. La citazione nel fumetto è palese. Anche la telefonata che intima a non far niente. E il fatto che Spalletti resterà in carcere finché non avviene il duplice omicidio delle Bartoline.

"Trascorrono alcuni mesi. Una sera..."

Siamo alla terza coppia di giovani appartati in auto, in una piazzola sulle colline toscane, si chiamano Mario e Stefania.
Effettivamente sono trascorsi alcuni mesi, tra il giugno e l'ottobre del 1981. Il mostro è pronto a colpire di nuovo.
La coppia è consapevole dell'esistenza del mostro ma si sentono al sicuro, perché ufficialmente è dietro le sbarre.
Il punto è proprio questo: finché gli inquirenti sbattono in galera qualcuno additandolo come autore dei delitti, "lui" troverà sempre delle coppiette appartate e potrà proseguire la sua delirante caccia.
Sono in molti a ritenere che gli omicidi venivano commessi di volta in volta per far uscire di galera qualcuno.
Come se non esistesse alcuna fantasia maniacale dietro il mostro di Firenze ma solo la necessità di scarcerare sardi e guardoni.
Non sono d'accordo.
Ma torniamo alla finzione. Il maniaco li sorprende durante l'amplesso, spara, ma non li uccide. Li trascina entrambi fuori dall'auto, anche il Baldi e la Cambi vennero trascinati fuori. Ormai è chiaro che è la notte del 22 Ottobre 1981 anche nel fumetto.
Poi viene ripetuto il "macabro rituale" così come già visto poche pagine addietro.

"A questi ragazzi sono stati inferti oltre cento colpi di bisturi!"
"Dunque il mostro è ancora in circolazione!"

A questo punto gli autori mescolano le carte inserendoci anche le coltellate subìte dalla Pettini nel '74.
A differenza della realtà, si procede spediti verso la conclusione.

"Le incisioni sono state praticate con abilità professionale da una mano esperta."

Farini esce finalmente di galera e ritrova l'amico Alberto Rosa che si scusa per l'alibi mancato e racconta della minaccia subìta.
Intanto gli psicologi interpellati concordano che il maniaco è un individuo frustrato e impotente che placa la sua "felice follia" col sangue delle vittime, forse un chirurgo impazzito. Un tiratore scelto, poche pallottole e tutte a segno. Forse addirittura mangia i feticci.
Vengono sguinzagliati agenti in borghese nel giro dei guardoni.
Dopo alcuni mesi di appostamenti infruttuosi, due finti guardoni sentono degli spari. Viene allertata la centrale.
E' il mostro, ha aggredito un'altra coppia di giovani. L'uomo giace esanime all'esterno dell'auto. Ora il maniaco sta trascinando fuori anche la donna.
Le asporta il pube mentre è ancora viva, ma viene interrotto da alcuni rumori. Sono arrivati gli agenti.
Scappa verso la provinciale a bordo di un'Alfa 2000 di colore blu, inseguito dalle volanti della polizia.
Dal sito Insufficienza Di Prove:
"Il 15 agosto 1982, gli agenti della squadra mobile si recarono nei pressi di Firenzuola, sull'Appennino tosco emiliano, presso il podere Ca' Burraccia, dove nell'abitazione di Giovanni Calamosca arrestarono Francesco Vinci".

Prosegue l'inseguimento sulle tavole del fumetto:
"Si sta dirigendo sugli Appennini!"

Improvvisamente, dietro una curva sopraggiunge un autocarro.
L'auto del mostro sbanda e finisce in un dirupo, esplodendo.
Il corpo è completamente carbonizzato, l'auto risulta rubata. Non sapremo mai chi era il mostro.
Del fumetto.

"Un mese più tardi, nei dintorni di Prato..."

Un'altra coppia.
Asportazione di entrambi i seni e del pube.

"Il maniaco del bisturi è davvero morto?
Oppure ha trovato un discepolo?"

Fine.

martedì 27 marzo 2018

DNA 1

Appunto n. 20

Ricollegando le rivelazioni di Pacciani del 18 Ottobre 1994 precedenti alla sentenza di primo grado e quanto appreso dalle parole di Giuttari nell'articolo del 2006 e sui suoi libri, oltre all'assoluta certezza dell'imputato di risultare estraneo ai fatti se confrontato con i reperti acquisiti sui luoghi degli omicidi, emerge che qualcuno ben informato si era mosso per aiutarlo ad essere assolto.
Non è detto che l'anonimo fosse materialmente in possesso dei reperti, anche se Giuttari ci dice che i risultati delle analisi erano assenti nei faldoni dell'inchiesta e il materiale fu trovato per caso da uno dei suoi agenti all'interno di un fascicolo, ma comunque questo sconosciuto è informato circa le prove raccolte e - cosa ben più inquietante - i risultati delle perizie effettuate che scagionerebbero il contadino di Mercatale.
Teniamo presente che siamo in una fase processuale in cui i Carabinieri, così come la difesa Pacciani e l'avvocato di parte civile Santoni Franchetti, propendono per la Pista Sarda e l'estraneità del contadino.
Nonostante queste  clamorose rivelazioni, la situazione non si smuove di una virgola e Pacciani scivola verso la condanna.
Reperti con tracce biologiche probabilmente dell'imprendibile assassino, richiesta di confronto col DNA dell'imputato, prove e perizie che spariscono e ricompaiono, niente sembra essere importante, almeno ricostruendo quei giorni da un punto di vista esterno.


Pietro Pacciani:
"Gli ho anche qui un coso, gli ho fatto degli appunti di tutto quello...
C'è questa lettera appunto dell'anonimo, ma ce n'è diverse di quelle lettere comunque e ce n'è una che parla di questi trucchi che potevan fare e l'hanno presentata, l'hanno mandate... anche al Ministero l'hanno... Questo l'hanno mandato una copia alla Repubblica, una copia a Renzo Ventura, all'ora c'avevo Renzo Ventura d'avvocato, una copia a Pietro Fioravanti, una copia al dirigente della SAM e una copia a La Nazione in Via Palunieri 12.
E qui dicano, giusto, lo chiedo io alla signorìa vostra, ma lo chiessi già, lo chiessi già questo fatto, chiedo l'analisi dì DNA, perché chiamai la Magistratura apposta, vennero, non è stata fatta.
Io una volta, per dimostrà la mia innocenza, l'impronte digitali, la cosa, l'analisi dì DNA, tutto quello che c'è di bisogno.
E lo dice anche qui, questo, quest'anonimo: c'ha dei fazzoletti intrisi di sangue e gli ha fatto fare, dice, l'analisi, il DNA, e l'è in possesso suo, questo qui.
E glienno in possesso suo insomma, questi qui.
E poi c'è, viene dalle unghia, non so, trovonno dei... della pelle di questa colluttazione di questo ragazzo giovane, no, che ci fu la colluttazione e gli trovonno della pelle nell'unghie.
Insomma gli è stato fatto questo.
Io voglio il DNA.
Mi sia fatto in presenza a voi, qua, per dimostrà la mia innocenza.
Io sono stato a operammi a Pisa e so il gruppo che ho io.
E' giusto? Lo so.
Però dovete vedello voi stessi davanti alla Corte.
Bhe, io... Io le voglio presentare queste... Se lei, voialtri vu lo permettete, questi documenti..."

Pubblico Ministero:
"Gradirei vederli, Presidente..."

* voci fuori microfono *

Presidente:
"Allora, lei ci consegna tutte queste carte alle quali ha fatto riferimento.
Allora, aspetti eh.
Questo è un... sì... Questa è una memoria, a sua firma..
Questa è la lettera anonima..."

Pubblico Ministero:
"Mi sembra che l'anonima non si può prendere."

Presidente:
"Va allegato...
Mostro di Firenze... Sono sempre l'anonimo...
Questo ce lo lascia... Sì...
Queste sono le foto...
Questa è la partecipazione di nozze... Prendo tutto..."

Pietro Pacciani:
"La letterina che si parla, appunto gli è di questa figliola che l'8 Settembre si andette alla festa a Cerbaia più altro per saluta' codesta figliola. E di codesti blocchi ce n'è un'infinità a casa mia e li raccattavo tutti lì, in questa nettezza. Sì, e trovai tanta di quella roba, l'è ancora lì, si puole anche constatare di persona. E quella avanzata l'ho tutta alla casa mia, lì."

Presidente:
"Vabbè... Poi consegneremo alle parti questa documentazione così che la possano vedere."

Pubblico Ministero:
"Oh, bene."


Pacciani chiede la prova del DNA (AUDIO da 1:46:48)

Giuttari ritrova i reperti (Appunto n. 19)

domenica 25 marzo 2018

Gruppo Sanguigno

Appunto n. 19


In attesa di risolvere i miei ormai cronici problemi con YouTube, riporto un lungo articolo che racconta l'operato di Michele Giuttari nel 2006. L'aspetto che interesserà anche chi non vede di buon occhio la pista dei mandanti è che ancora una volta rispuntano prove dimenticate nel tempo, sparite senza apparente giustificazione ma che possono fornirci degli elementi utili a ricostruire il clima di quei giorni. Personalmente non ho mai creduto molto a un mostro che si libera di tracce così pericolose nei pressi dei luoghi dove ha commesso i suoi crimini quando contemporaneamente dimostra massima attenzione a non lasciare saliva sulla lettera col lembo di seno. C'è da considerare anche che il ritrovamento avviene a distanza di alcuni giorni da Scopeti e potrebbe essere un tentativo di depistaggio: un pezzo di un guanto da chirurgo con dentro un proiettile H e un articolo di giornale venne spedito sia a Vigna che a Canessa e Fleury.
Queste tre buste minacciose arrivano in Procura dopo che si è diffusa la notizia della macabra lettera col lembo di seno, siamo nei giorni tra il primo e il 5 Ottobre 1985. Contemporaneamente, il 4 Ottobre abbiamo ancora guanti da chirurgo, con sangue di tipo B a ScopetiMa le buste ai magistrati contengono saliva, e si risale al gruppo sanguigno A+.
Giuttari sottolinea la somiglianza del reperto da lui ritrovato con i capelli descritti tra le mani di Susanna Cambi e con quelli tra le mani della prostituta Clelia Cuscito, ex infermiera, uccisa il 14 dicembre 1983, con addosso sangue anche stavolta di tipo B.
E rimarca l'impossibilità che Elisabetta Ciabani si sia suicidata.
NB: il nomignolo "Mister B" viene qui spiegato non come iniziale del cognome di qualche personaggio attenzionato ma semplicemente come "il signore col gruppo sanguigno di tipo B".

Corriere della Sera Magazine
26 Gennaio 2006

Il 4 ottobre 1985 un giovanotto di nome Walter andò a curiosare, con sua sorella, il fidanzato di lei e un cucciolo di cocker, sulla scena dell’ultimo delitto del mostro di Firenze avvenuto qualche settimana prima nel bosco degli Scopeti. Il nastro della polizia delimitava ancora il luogo del crimine. Il cucciolo si infilò dentro un cespuglio molto fitto. Per tirarlo fuori, la sorella di Walter scoprì che nel cespuglio c’era un foglio di carta con dentro un paio di guanti da chirurgo e un fazzolettino di carta macchiato di rosso.
Walter portò tutto dai carabinieri. E non seppe più nulla.
Vent’anni dopo, sempre a Firenze, nell’ufficio del Gides, la squadra speciale che indaga sui delitti seriali, un assistente del commissario Michele Giuttari trova in uno dei faldoni che racchiudono la lunga storia del mostro, e che erano stati appena tutti riuniti nella sede del Gides, una busta con un fazzolettino macchiato di rosso e un pelo
Dall’incartamento risulta che era stata richiesta (e anche pagata) una perizia di cui non c’è traccia. Gli investigatori ne scovano una copia all’istituto di Medicina Legale.
A mezzanotte di quel giorno, che potrebbe rivelarsi fondamentale nella storia della caccia al mostro, il commissario Giuttari, disteso sul divano di casa sua, legge la perizia del professor Cagliesi. Quelle macchie rosse sul fazzolettino sono di sangue umano e precisamente di gruppo B (un gruppo abbastanza raro) e anche il pelo è umano, un frammento di 2 centimetri di un capello castano, liscio.
Giuttari segue da dieci anni il caso del mostro che uccideva le coppiette e tagliava via parti intime dal corpo della vittima femminile. stato lui a scoprire che Pietro Pacciani non era solo a commettere gli omicidi ma era affiancato da Mario Vanni, il postino diventato celebre per l’espressione "compagni di merende", e da Giancarlo Lotti. In dieci anni Giuttari ha imparato a memoria tutto quello che c’è da sapere sul caso. E, quando legge nella perizia del sangue di gruppo B, si ricorda subito che il gruppo sanguigno delle ultime due vittime del mostro non era quello. E si ricorda ancora che nessuno dei condannati o degli indagati della vicenda è di gruppo B.
Invece di quel gruppo era il sangue trovato sui capelli che Clelia, una prostituta uccisa in casa a Firenze nel 1983, teneva stretti nel pugno. Capelli lisci di colore castano che la donna aveva strappato dalla testa del suo assassino. Clelia, tra l’altro, aveva tra i suoi clienti Mario Vanni, il compagno di merende, e il suo cadavere era stato ritrovato in una posa simile a quella con cui il mostro di Firenze ha atteggiato, quando ne ha avuto il tempo, i corpi delle vittime. Giuttari ricorda ancora che una delle ragazze uccise dal mostro (Susanna Cambi) stringeva anche ella in mano un ciuffo di capelli che non appartenevano al fidanzato ucciso assieme a lei, e che erano di colore castano. Questa svolta nella ormai più che trentennale storia del mostro di Firenze l’ho appresa dall’ultimo libro di Michele Giuttari, ”Il mostro di Firenze. Anatomia di un’indagine”, appena pubblicato da Rizzoli. Ora la storia del mostro di Firenze mi è cara, anche se vi parrà strano che usi una espressione simile per una faccenda del genere, ma chiarirò poi perché, e perciò, appena finito di leggere il libro, sono andato nella capitale toscana a trovare l’autore. Pensavo che Giuttari ormai si fosse dedicato alla sua nuova e fortunata carriera di scrittore di romanzi gialli e fosse impegnato nella prossima avventura del suo commissario Ferrari (già diventato un beniamino dei lettori, non solo italiani).
Sapevo che Giuttari aveva avuto qualche incidente di percorso (screzi con i magistrati, dissapori con i vertici della stessa polizia) e che non era più il Capo della Mobile di Firenze. Sapevo, inoltre, per averne scritto su questo giornale (sulla scorta delle indagini del pm perugino Giuliano Mignini e del libro di Diego Cugia Un amore all’inferno), che sulla più clamorosa serie di delitti della storia italiana non era ancora calato il sipario.
C’era l’incredibile vicenda di Francesco Narducci, il gastroenterologo di Perugia, bello, ricco e di successo, e della sua complicata morte: annegato durante una gita in motoscafo sul Lago Trasimeno secondo la versione ufficiale; giustiziato per avere avuto a che fare con l’affaire del mostro di Firenze (come acquirente dei feticci asportati alle ragazze uccise?) secondo un’altra versione che avanzava pure l’ipotesi di una sostituzione di cadavere.
Ma non mi aspettavo la comparsa di un altro personaggio sulla scena dei delitti, di questo Mister B., non saprei al momento chiamarlo diversamente.
"In tutta questa storia c’è una persona che non è mai emersa. Ha i capelli castani, il sangue di gruppo B, le mani piccole (perché i guanti da chirurgo erano della misura numero 7). Era sul luogo dell’ultimo delitto, deve essersi ferito, ha levato i guanti (ritrovati rovesciati), ha tamponato il sangue con un fazzolettino, ha infilato tutto nel cespuglio a pochissima distanza da dove fu trovato il corpo della vittima maschile di quell’agguato.




Mi sembra una buona pista. Ma mi chiedo: c’è ancora voglia di percorrerla?". Seduto sul divano di casa sua in una via della vecchia Firenze, lo stesso dove a tarda notte il commissario lesse sgomento la perizia del professor Cagliesi, davanti a una guantiera di dolci di marzapane e pasta di mandorle appena arrivati dalla Sicilia e a una tazza di caffè preparato dalla moglie tedesca, Christa, ascolto dalla voce di Giuttari quello che ho letto nel suo libro. Sarà per la presenza del divano, il racconto di Giuttari assume quasi una forma psicoanalitica, quella che mi propone non è solo la storia (tecnicamente perfetta, da fare invidia ai maestri dell’Fbi) di una tormentata e difficile indagine, ma è, freudianamente parlando, una interpretazione degli incubi disseminati negli anni da questa vicenda.
Tanti hanno provato a raccontare la storia del mostro, ma nessuno era riuscito, come fa Giuttari, a darne un resoconto così chiaro ed esaustivo. Il suo libro è, come lo intitolerebbero gli anglosassoni, ”The Complete Mostro di Firenze”, ”The Ultimate Mostro di Firenze”. Resterà negli annali.
Dicevo che questa storia mi è cara, lo dico nel senso che ero studente a Firenze quando il mostro colpiva, quei fidanzati uccisi e mutilati erano miei coetanei. Mentre io leggevo all’università i padri del Dolce Stilnovo, i poeti fiorentini che avevano angelicato l’amore in versi come "Amor, che al cor gentile ratto s’apprende", quel "cor gentile" lo ritrovai una mattina sulla prima pagina del giornale nel cognome di una delle vittime del mostro, il povero Pasquale Gentilcore, 19 anni, ammazzato con Stefania Pettini il 15 settembre del 1974. C’era un bruto antistilnovista che, nella città che aveva cantato l’incanto divino dell’amore, trucidava innocenti coppiette.
E più tardi mi era capitato di seguire da cronista le gesta del mostro, di coprire (come si dice in gergo) il primo processo a Pacciani, di conoscere lo stesso Pacciani che si apriva la camicia sul petto per farmi vedere il grande cerotto che portava all’altezza del cuore, lamentando con voce piagnucolosa che era malato e poi di colpo, accennando con la testa a un collega che passava di lì, autore di pezzi colpevolisti nei suoi confronti, brontolava minaccioso: "Icché cerca? Buio", il modo fiorentino di dire che uno va a caccia di guai. E di questa storia mi era rimasta la sensazione, dopo processi e condanne, che Pacciani non potesse essere anche il beffardo mittente del pezzetto di seno di una delle vittime spedito all’unico magistrato donna, Silvia Della Monica, che seguiva il caso.
Né potesse essere Pacciani il protervo sfidante che faceva pervenire ai tre magistrati che indagavano sui delitti (Vigna, Fleury e Canessa), tre proiettili, uno a testa, contenuti in tre dita di guanti di gomma. Quante cose restavano fuori dalla verità processuale!
Restava fuori, soprattutto, il senso finale della faccenda, l’interpretazione dell’incubo.
A un certo punto sembrò che il significato ultimo stesse nel delirio sessuale di cui fu preda un vasto gruppo di abitanti dei dintorni di Firenze tra i Settanta e gli Ottanta. Ne veniva fuori una specie di Rapporto Kinsey dei costumi sessuali del contado fiorentino. Gli esempi sono infiniti.
Giovanni Mele, uno degli imputati di essere il mostro, che, come raccontava una sua amante, Jolanda, "amava andare a fare l’amore in un vecchio cimitero" e le parlava spesso "della tecnica dell’incaprettamento".
Salvatore Vinci, fratello di Francesco (anche lui imputato di essere il mostro e che poi morì incaprettato), che viene descritto dall’amante Ada come un super-eroe del sesso. Eccolo impugnare un vibratore, lubrificarlo con sapone, e rivolgerlo contro se stesso. Spesso la tecnologia lascia il posto all’ecologia. Un cetriolo fa le veci del vibratore oppure "uno zucchino avvolto in un perservativo". Ada non racconta balle. Durante una perquisizione i carabinieri trovano in casa di Salvatore: un cetriolo verde nell’armadio in camera da letto ("il posto del rinvenimento è indicativo della sua destinazione e certamente non è conservato per l’insalata", annotano i carabinieri nel verbale); un vibratore "poggiato sul comò"; un attrezzo tipo clistere; "uno zucchino in avanzato stato di decomposizione". L’uomo non è di legno e neppure i carabinieri, i quali annotano nel rapporto: "A questo punto non si sa se abbandonarsi per un momento all’ilarità più completa o meditare con profonda commiserazione sulle bassezze umane".
Il Rapporto Kinsey del contado fiorentino non finiva qui (il Dolce Stil Novo, sì).
La prostituta Gabriella, che la domenica pomeriggio riceveva nella sua casa fiorentina Giancarlo Lotti e altri compagni di merende arrivati appositamente in corriera da San Casciano, raccontò che una volta, nel corso di una di queste gite, a Mario Vanni "sul pullman della Sita, gli era caduto di tasca un vibratore con l’interruttore acceso e tale episodio esilarante, alla presenza di altri suoi compaesani e altri viaggiatori, lo aveva reso ridicolo". Erano gli anni dell’edonismo reaganiano e forse questa ne era una traduzione in vernacolo. Altri episodi del Rapporto Kinsey invece non fanno ridere, raggelano. Lotti raccontò che un giorno era a casa di Pacciani e questi, di colpo, "cominciò a toccarmi con le mani e mi disse: ”Spogliati”... Io di fatto non riuscii a andare via perché anche se era più basso di me era più forte... Mi prese la paura e mi toccò subire... Si tirò giù i pantaloni e mi toccò farlo anche a me, questa è la verità. Per farlo mi fece piegare". Era dunque, quella del mostro di Firenze e accoliti, una commedia pecoreccia (secondo un genere che è sempre stato di punta nel cinema italiano) con risvolti tragici? stata anche questo, conferma Giuttari nella sua inchiesta, ma non solo. C’è un altro livello oltre quello dei compagni di merende, ed è ancora più oscuro. il livello satanistico, esoterico. Giuttari l’ha ricostruito con pazienza. La prima intuizione la ebbe quando seppe che in casa di Pacciani c’erano dei fogli di quaderno scritti a mano con ricette di magia nera:

"Per fare una magia a morte prendere osso di un morto dal camposanto, polverizzarlo e benedirlo in chiesa con l’acqua santa, impastarlo poi in un dolce o in un bicchiere di vino, porta la vittima alla morte o alla pazia (pazzia)".

Poi scoprì le sedute spiritiche che si facevano nella casa colonica, che si trovava proprio nei pressi del luogo dell’ultimo delitto, del mago Salvatore Indovino (non era un cognome d’arte, si chiamava proprio così).
Gabriella, sempre lei, che non partecipava alle sedute (dove: "Prima facevano le carte, poi si davano all’alcol e alla fine facevano le orge"), ma frequentava la casa, raccontò che spesso aveva notato le tracce lasciate da quelle riunioni: "Candele spente, croci di carbonella combusta, preservativi, bottiglie di liquori vari vuote, nonché un cartellone appoggiato sul tavolo contenente tutte le lettere e numeri". Un cartellone come quello fu trovato in casa Pacciani (frequentatore, come gli altri compreso Narducci, del mago Indovino). E il mago una volta aveva spiegato a una donna come lui faceva i filtri d’amore.
Dunque, per unire per sempre una coppia c’era bisogno di "una foto e un pezzo di tessuto di indumento dell’uomo, del secreto vaginale e di peli pubici della donna.
Per compiere la magia la donna doveva convincere l’uomo a fare l’amore in un luogo aperto e in auto, e comunicare al mago la sera, il luogo e l’auto che avrebbe usato". Osserva Giuttari: "Sono dettagli che richiamano in modo impressionante la dinamica dei delitti del ”mostro”: qualcuno che sa in anticipo quando, dove e in che macchina si troverà una coppia a fare l’amore".
L’avvocato Fioravanti, difensore di Pacciani, una volta dichiarò che a compiere i delitti era stata "una frangia impazzita di certo satanismo che prevede il sacrificio proprio nel fatale momento dell’orgasmo... I sacrifici migliori per evocare i demoni sono quelli degli esseri umani e la morte più favorevole è quella che avviene durante l’orgasmo ed è chiamata mors justi".
Era farina del sacco di Pacciani? La traccia del satanismo Giuttari l’ha inseguita fino alle ultime conseguenze. Ecco alcune intercettazioni telefoniche effettuate a Perugia nel corso delle indagini sulla morte di Narducci (avvenuta poche settimane dopo l’ultimo delitto seriale).
Oggetto delle minacce è una teste, autori delle minacce un uomo e una donna (o due) che si alternano alla cornetta camuffando la voce con un timbro a volte falsamente infantile:

"Tu e la tua famiglia dovete morire... tuo figlio, con quella bella testolina tutta rossa... per il nostro signore Satana, verrà sacrificato sulle colline del Mugello... Ci vai dal tuo ciarlatano? Sì, noi ti aspettiamo, siamo già lì, dal tuo ciarlatano. Farà una brutta fine... La sua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze... dove c’è anche quel bastardo di Pacciani... era un nostro servo ma ha tradito... Ricorda il dottore amico di Pacciani... I traditori Pacciani e il grande medico... Narducci... finito nel lago strangolato... Presto per te arriveranno le tenebre di Satana... La polizia a noi non ci fa niente... tu morirai. importante che qualcuno di noi, e siamo tanti, lo faccia... puttana... scimmia... gallina!".

Pacciani in un memoriale del 1996 scrisse che "il vero mostro ha colpito altre cinque o sei volte mentre io ero in carcere... Il mostro è un diavolo assassino, carogna, che odia le povere donne, un maledetto, che Dio lo bruci nell’inferno per tutta l’eternità".
Gli assassinati a cui si riferisce il contadino sono, tra gli altri, Francesco Vinci e la sua amante (e vicina di casa del Mago Indovino) Milva Malatesta, trovata carbonizzata dopo uno strano incidente stradale con il figlio di tre anni. Nomi già apparsi nel rapporto Kinsey: Milva era la figlia di Antonietta Sperduto variamente violentata negli anni da Pacciani e Vanni; il marito di Antonietta e padre di Milva si impiccò la vigilia di natale del 1980, strana impiccagione perché i suoi piedi toccavano terra. E ci sono altre morte ammazzate, tra cui Clelia, quella che stringeva in mano il ciuffetto di capelli castani con tracce di sangue di gruppo B. E poi Gina, Giuliana, Giuseppina, Luisa... Il catalogo continuerebbe.
In questo scenario, in cui nulla purtroppo è lasciato alla fantasia, appare nella veste del Gran Sacerdote quello che, con ogni probabilità, è il misterioso Mister B.
E' stata la donna vittima delle minacce telefoniche riportate sopra a raccontare che gli anonimi che la chiamano le hanno parlato di un "Gran Sacerdote della setta che risiede a Firenze".
Forse a Firenze non hanno più tanta voglia di sentir parlare di questa storia. Qualche magistrato se ne è dissociato apertamente. All’apertura dell’anno giudiziario 2003, il procuratore generale Gaetano Ruello ironizzò sul lavoro di Giuttari: "E si continua a indagare sui delitti del mostro di Firenze e su fatti che sembrano a esso connessi: con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne".
E il procuratore Ubaldo Nannucci ha parlato di "illazioni" e ha avuto scontri sia con Giuttari (a cui revocò l’indagine su alcune salme sfregiate all’obitorio dell’ospedale fiorentino di Careggi), sia con il pm perugino Mignini. Perfino Paolo Canessa, pm storico dell’inchiesta sul mostro, non è più in buoni rapporti con Giuttari.
E non parliamo delle tante volte che la Direzione Centrale del Personale del ministero dell’Interno ha cercato di trasferire Giuttari.
Per un anno e mezzo è stato di fatto disoccupato. Ne ha approfittato per scrivere i suoi gialli: "Mi sono trovato in una di quelle situazioni in cui o si sfascia una famiglia, o ci si ammala, o si trova una alternativa. La mia alternativa l’ho trovata nella scrittura".
La storia del mostro di Firenze non è ancora da mandare in pensione. C’è da scrivere l’ultima pagina.
Lo dobbiamo alle vittime, lo dobbiamo alla pietà che si deve provare per quei ragazzi, una fedeltà nella pietà simboleggiata dal cane di Pia Rontini, una delle ragazze uccise, che era bella e solare. Nella piazzola dove fu ammazzata ci sono delle croci a ricordare lei e il suo ragazzo. I genitori di Pia andavano spesso davanti a quelle croci con il loro setter inglese che "si metteva vicino alle croci e non faceva avvicinare nessuno, neppure loro".
Chiedo a Giuttari se per caso non si è innamorato dell’inchiesta e non si rassegna a capire che è finita.
"Ma stiamo scherzando?", è la sua risposta.
Poi si alza dal divano, accende il computer, mi mostra la foto del corpo straziato di Elisabetta, una ragazza fiorentina di 22 anni trovata morta in un residence in Sicilia dove era in vacanza con la nonna. "Disse alla nonna che andava su in terrazza ad appendere la biancheria che aveva lavato. L’hanno trovata così". Guardo la foto e non ve la descrivo. Dico solo che non può essere stato un suicidio, come è stato archiviato, nessuno può umanamente compiere una tale macellazione di se stesso con un coltello da cucina. Elisabetta entra, senza esserlo stata, nella serie dei delitti delle prostitute, nel periodo di maggiore attività del mostro, dall’81 all’84.
"Quando probabilmente furono eliminati possibili testimoni", dice Giuttari. Elisabetta aveva lavorato in un albergo di Perugia... Dice ancora il commissario: "A tutte le vittime dobbiamo la verità completa su quello che è loro accaduto". E la verità completa sta molto probabilmente in questo identikit: "Capelli castani, sangue di gruppo B, mani piccole".
Chi ha paura di Mister B.?

a firma: Antonio D’Orrico