domenica 25 marzo 2018

Gruppo Sanguigno

Appunto n. 19


In attesa di risolvere i miei ormai cronici problemi con YouTube, riporto un lungo articolo che racconta l'operato di Michele Giuttari nel 2006. L'aspetto che interesserà anche chi non vede di buon occhio la pista dei mandanti è che ancora una volta rispuntano prove dimenticate nel tempo, sparite senza apparente giustificazione ma che possono fornirci degli elementi utili a ricostruire il clima di quei giorni. Personalmente non ho mai creduto molto a un mostro che si libera di tracce così pericolose nei pressi dei luoghi dove ha commesso i suoi crimini quando contemporaneamente dimostra massima attenzione a non lasciare saliva sulla lettera col lembo di seno. C'è da considerare anche che il ritrovamento avviene a distanza di alcuni giorni da Scopeti e potrebbe essere un tentativo di depistaggio: un pezzo di un guanto da chirurgo con dentro un proiettile H e un articolo di giornale venne spedito sia a Vigna che a Canessa e Fleury.
Queste tre buste minacciose arrivano in Procura dopo che si è diffusa la notizia della macabra lettera col lembo di seno, siamo nei giorni tra il primo e il 5 Ottobre 1985. Contemporaneamente, il 4 Ottobre abbiamo ancora guanti da chirurgo, con sangue di tipo B a ScopetiMa le buste ai magistrati contengono saliva, e si risale al gruppo sanguigno A+.
Giuttari sottolinea la somiglianza del reperto da lui ritrovato con i capelli descritti tra le mani di Susanna Cambi e con quelli tra le mani della prostituta Clelia Cuscito, ex infermiera, uccisa il 14 dicembre 1983, con addosso sangue anche stavolta di tipo B.
E rimarca l'impossibilità che Elisabetta Ciabani si sia suicidata.
NB: il nomignolo "Mister B" viene qui spiegato non come iniziale del cognome di qualche personaggio attenzionato ma semplicemente come "il signore col gruppo sanguigno di tipo B".

Corriere della Sera Magazine
26 Gennaio 2006

Il 4 ottobre 1985 un giovanotto di nome Walter andò a curiosare, con sua sorella, il fidanzato di lei e un cucciolo di cocker, sulla scena dell’ultimo delitto del mostro di Firenze avvenuto qualche settimana prima nel bosco degli Scopeti. Il nastro della polizia delimitava ancora il luogo del crimine. Il cucciolo si infilò dentro un cespuglio molto fitto. Per tirarlo fuori, la sorella di Walter scoprì che nel cespuglio c’era un foglio di carta con dentro un paio di guanti da chirurgo e un fazzolettino di carta macchiato di rosso.
Walter portò tutto dai carabinieri. E non seppe più nulla.
Vent’anni dopo, sempre a Firenze, nell’ufficio del Gides, la squadra speciale che indaga sui delitti seriali, un assistente del commissario Michele Giuttari trova in uno dei faldoni che racchiudono la lunga storia del mostro, e che erano stati appena tutti riuniti nella sede del Gides, una busta con un fazzolettino macchiato di rosso e un pelo
Dall’incartamento risulta che era stata richiesta (e anche pagata) una perizia di cui non c’è traccia. Gli investigatori ne scovano una copia all’istituto di Medicina Legale.
A mezzanotte di quel giorno, che potrebbe rivelarsi fondamentale nella storia della caccia al mostro, il commissario Giuttari, disteso sul divano di casa sua, legge la perizia del professor Cagliesi. Quelle macchie rosse sul fazzolettino sono di sangue umano e precisamente di gruppo B (un gruppo abbastanza raro) e anche il pelo è umano, un frammento di 2 centimetri di un capello castano, liscio.
Giuttari segue da dieci anni il caso del mostro che uccideva le coppiette e tagliava via parti intime dal corpo della vittima femminile. stato lui a scoprire che Pietro Pacciani non era solo a commettere gli omicidi ma era affiancato da Mario Vanni, il postino diventato celebre per l’espressione "compagni di merende", e da Giancarlo Lotti. In dieci anni Giuttari ha imparato a memoria tutto quello che c’è da sapere sul caso. E, quando legge nella perizia del sangue di gruppo B, si ricorda subito che il gruppo sanguigno delle ultime due vittime del mostro non era quello. E si ricorda ancora che nessuno dei condannati o degli indagati della vicenda è di gruppo B.
Invece di quel gruppo era il sangue trovato sui capelli che Clelia, una prostituta uccisa in casa a Firenze nel 1983, teneva stretti nel pugno. Capelli lisci di colore castano che la donna aveva strappato dalla testa del suo assassino. Clelia, tra l’altro, aveva tra i suoi clienti Mario Vanni, il compagno di merende, e il suo cadavere era stato ritrovato in una posa simile a quella con cui il mostro di Firenze ha atteggiato, quando ne ha avuto il tempo, i corpi delle vittime. Giuttari ricorda ancora che una delle ragazze uccise dal mostro (Susanna Cambi) stringeva anche ella in mano un ciuffo di capelli che non appartenevano al fidanzato ucciso assieme a lei, e che erano di colore castano. Questa svolta nella ormai più che trentennale storia del mostro di Firenze l’ho appresa dall’ultimo libro di Michele Giuttari, ”Il mostro di Firenze. Anatomia di un’indagine”, appena pubblicato da Rizzoli. Ora la storia del mostro di Firenze mi è cara, anche se vi parrà strano che usi una espressione simile per una faccenda del genere, ma chiarirò poi perché, e perciò, appena finito di leggere il libro, sono andato nella capitale toscana a trovare l’autore. Pensavo che Giuttari ormai si fosse dedicato alla sua nuova e fortunata carriera di scrittore di romanzi gialli e fosse impegnato nella prossima avventura del suo commissario Ferrari (già diventato un beniamino dei lettori, non solo italiani).
Sapevo che Giuttari aveva avuto qualche incidente di percorso (screzi con i magistrati, dissapori con i vertici della stessa polizia) e che non era più il Capo della Mobile di Firenze. Sapevo, inoltre, per averne scritto su questo giornale (sulla scorta delle indagini del pm perugino Giuliano Mignini e del libro di Diego Cugia Un amore all’inferno), che sulla più clamorosa serie di delitti della storia italiana non era ancora calato il sipario.
C’era l’incredibile vicenda di Francesco Narducci, il gastroenterologo di Perugia, bello, ricco e di successo, e della sua complicata morte: annegato durante una gita in motoscafo sul Lago Trasimeno secondo la versione ufficiale; giustiziato per avere avuto a che fare con l’affaire del mostro di Firenze (come acquirente dei feticci asportati alle ragazze uccise?) secondo un’altra versione che avanzava pure l’ipotesi di una sostituzione di cadavere.
Ma non mi aspettavo la comparsa di un altro personaggio sulla scena dei delitti, di questo Mister B., non saprei al momento chiamarlo diversamente.
"In tutta questa storia c’è una persona che non è mai emersa. Ha i capelli castani, il sangue di gruppo B, le mani piccole (perché i guanti da chirurgo erano della misura numero 7). Era sul luogo dell’ultimo delitto, deve essersi ferito, ha levato i guanti (ritrovati rovesciati), ha tamponato il sangue con un fazzolettino, ha infilato tutto nel cespuglio a pochissima distanza da dove fu trovato il corpo della vittima maschile di quell’agguato.




Mi sembra una buona pista. Ma mi chiedo: c’è ancora voglia di percorrerla?". Seduto sul divano di casa sua in una via della vecchia Firenze, lo stesso dove a tarda notte il commissario lesse sgomento la perizia del professor Cagliesi, davanti a una guantiera di dolci di marzapane e pasta di mandorle appena arrivati dalla Sicilia e a una tazza di caffè preparato dalla moglie tedesca, Christa, ascolto dalla voce di Giuttari quello che ho letto nel suo libro. Sarà per la presenza del divano, il racconto di Giuttari assume quasi una forma psicoanalitica, quella che mi propone non è solo la storia (tecnicamente perfetta, da fare invidia ai maestri dell’Fbi) di una tormentata e difficile indagine, ma è, freudianamente parlando, una interpretazione degli incubi disseminati negli anni da questa vicenda.
Tanti hanno provato a raccontare la storia del mostro, ma nessuno era riuscito, come fa Giuttari, a darne un resoconto così chiaro ed esaustivo. Il suo libro è, come lo intitolerebbero gli anglosassoni, ”The Complete Mostro di Firenze”, ”The Ultimate Mostro di Firenze”. Resterà negli annali.
Dicevo che questa storia mi è cara, lo dico nel senso che ero studente a Firenze quando il mostro colpiva, quei fidanzati uccisi e mutilati erano miei coetanei. Mentre io leggevo all’università i padri del Dolce Stilnovo, i poeti fiorentini che avevano angelicato l’amore in versi come "Amor, che al cor gentile ratto s’apprende", quel "cor gentile" lo ritrovai una mattina sulla prima pagina del giornale nel cognome di una delle vittime del mostro, il povero Pasquale Gentilcore, 19 anni, ammazzato con Stefania Pettini il 15 settembre del 1974. C’era un bruto antistilnovista che, nella città che aveva cantato l’incanto divino dell’amore, trucidava innocenti coppiette.
E più tardi mi era capitato di seguire da cronista le gesta del mostro, di coprire (come si dice in gergo) il primo processo a Pacciani, di conoscere lo stesso Pacciani che si apriva la camicia sul petto per farmi vedere il grande cerotto che portava all’altezza del cuore, lamentando con voce piagnucolosa che era malato e poi di colpo, accennando con la testa a un collega che passava di lì, autore di pezzi colpevolisti nei suoi confronti, brontolava minaccioso: "Icché cerca? Buio", il modo fiorentino di dire che uno va a caccia di guai. E di questa storia mi era rimasta la sensazione, dopo processi e condanne, che Pacciani non potesse essere anche il beffardo mittente del pezzetto di seno di una delle vittime spedito all’unico magistrato donna, Silvia Della Monica, che seguiva il caso.
Né potesse essere Pacciani il protervo sfidante che faceva pervenire ai tre magistrati che indagavano sui delitti (Vigna, Fleury e Canessa), tre proiettili, uno a testa, contenuti in tre dita di guanti di gomma. Quante cose restavano fuori dalla verità processuale!
Restava fuori, soprattutto, il senso finale della faccenda, l’interpretazione dell’incubo.
A un certo punto sembrò che il significato ultimo stesse nel delirio sessuale di cui fu preda un vasto gruppo di abitanti dei dintorni di Firenze tra i Settanta e gli Ottanta. Ne veniva fuori una specie di Rapporto Kinsey dei costumi sessuali del contado fiorentino. Gli esempi sono infiniti.
Giovanni Mele, uno degli imputati di essere il mostro, che, come raccontava una sua amante, Jolanda, "amava andare a fare l’amore in un vecchio cimitero" e le parlava spesso "della tecnica dell’incaprettamento".
Salvatore Vinci, fratello di Francesco (anche lui imputato di essere il mostro e che poi morì incaprettato), che viene descritto dall’amante Ada come un super-eroe del sesso. Eccolo impugnare un vibratore, lubrificarlo con sapone, e rivolgerlo contro se stesso. Spesso la tecnologia lascia il posto all’ecologia. Un cetriolo fa le veci del vibratore oppure "uno zucchino avvolto in un perservativo". Ada non racconta balle. Durante una perquisizione i carabinieri trovano in casa di Salvatore: un cetriolo verde nell’armadio in camera da letto ("il posto del rinvenimento è indicativo della sua destinazione e certamente non è conservato per l’insalata", annotano i carabinieri nel verbale); un vibratore "poggiato sul comò"; un attrezzo tipo clistere; "uno zucchino in avanzato stato di decomposizione". L’uomo non è di legno e neppure i carabinieri, i quali annotano nel rapporto: "A questo punto non si sa se abbandonarsi per un momento all’ilarità più completa o meditare con profonda commiserazione sulle bassezze umane".
Il Rapporto Kinsey del contado fiorentino non finiva qui (il Dolce Stil Novo, sì).
La prostituta Gabriella, che la domenica pomeriggio riceveva nella sua casa fiorentina Giancarlo Lotti e altri compagni di merende arrivati appositamente in corriera da San Casciano, raccontò che una volta, nel corso di una di queste gite, a Mario Vanni "sul pullman della Sita, gli era caduto di tasca un vibratore con l’interruttore acceso e tale episodio esilarante, alla presenza di altri suoi compaesani e altri viaggiatori, lo aveva reso ridicolo". Erano gli anni dell’edonismo reaganiano e forse questa ne era una traduzione in vernacolo. Altri episodi del Rapporto Kinsey invece non fanno ridere, raggelano. Lotti raccontò che un giorno era a casa di Pacciani e questi, di colpo, "cominciò a toccarmi con le mani e mi disse: ”Spogliati”... Io di fatto non riuscii a andare via perché anche se era più basso di me era più forte... Mi prese la paura e mi toccò subire... Si tirò giù i pantaloni e mi toccò farlo anche a me, questa è la verità. Per farlo mi fece piegare". Era dunque, quella del mostro di Firenze e accoliti, una commedia pecoreccia (secondo un genere che è sempre stato di punta nel cinema italiano) con risvolti tragici? stata anche questo, conferma Giuttari nella sua inchiesta, ma non solo. C’è un altro livello oltre quello dei compagni di merende, ed è ancora più oscuro. il livello satanistico, esoterico. Giuttari l’ha ricostruito con pazienza. La prima intuizione la ebbe quando seppe che in casa di Pacciani c’erano dei fogli di quaderno scritti a mano con ricette di magia nera:

"Per fare una magia a morte prendere osso di un morto dal camposanto, polverizzarlo e benedirlo in chiesa con l’acqua santa, impastarlo poi in un dolce o in un bicchiere di vino, porta la vittima alla morte o alla pazia (pazzia)".

Poi scoprì le sedute spiritiche che si facevano nella casa colonica, che si trovava proprio nei pressi del luogo dell’ultimo delitto, del mago Salvatore Indovino (non era un cognome d’arte, si chiamava proprio così).
Gabriella, sempre lei, che non partecipava alle sedute (dove: "Prima facevano le carte, poi si davano all’alcol e alla fine facevano le orge"), ma frequentava la casa, raccontò che spesso aveva notato le tracce lasciate da quelle riunioni: "Candele spente, croci di carbonella combusta, preservativi, bottiglie di liquori vari vuote, nonché un cartellone appoggiato sul tavolo contenente tutte le lettere e numeri". Un cartellone come quello fu trovato in casa Pacciani (frequentatore, come gli altri compreso Narducci, del mago Indovino). E il mago una volta aveva spiegato a una donna come lui faceva i filtri d’amore.
Dunque, per unire per sempre una coppia c’era bisogno di "una foto e un pezzo di tessuto di indumento dell’uomo, del secreto vaginale e di peli pubici della donna.
Per compiere la magia la donna doveva convincere l’uomo a fare l’amore in un luogo aperto e in auto, e comunicare al mago la sera, il luogo e l’auto che avrebbe usato". Osserva Giuttari: "Sono dettagli che richiamano in modo impressionante la dinamica dei delitti del ”mostro”: qualcuno che sa in anticipo quando, dove e in che macchina si troverà una coppia a fare l’amore".
L’avvocato Fioravanti, difensore di Pacciani, una volta dichiarò che a compiere i delitti era stata "una frangia impazzita di certo satanismo che prevede il sacrificio proprio nel fatale momento dell’orgasmo... I sacrifici migliori per evocare i demoni sono quelli degli esseri umani e la morte più favorevole è quella che avviene durante l’orgasmo ed è chiamata mors justi".
Era farina del sacco di Pacciani? La traccia del satanismo Giuttari l’ha inseguita fino alle ultime conseguenze. Ecco alcune intercettazioni telefoniche effettuate a Perugia nel corso delle indagini sulla morte di Narducci (avvenuta poche settimane dopo l’ultimo delitto seriale).
Oggetto delle minacce è una teste, autori delle minacce un uomo e una donna (o due) che si alternano alla cornetta camuffando la voce con un timbro a volte falsamente infantile:

"Tu e la tua famiglia dovete morire... tuo figlio, con quella bella testolina tutta rossa... per il nostro signore Satana, verrà sacrificato sulle colline del Mugello... Ci vai dal tuo ciarlatano? Sì, noi ti aspettiamo, siamo già lì, dal tuo ciarlatano. Farà una brutta fine... La sua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze... dove c’è anche quel bastardo di Pacciani... era un nostro servo ma ha tradito... Ricorda il dottore amico di Pacciani... I traditori Pacciani e il grande medico... Narducci... finito nel lago strangolato... Presto per te arriveranno le tenebre di Satana... La polizia a noi non ci fa niente... tu morirai. importante che qualcuno di noi, e siamo tanti, lo faccia... puttana... scimmia... gallina!".

Pacciani in un memoriale del 1996 scrisse che "il vero mostro ha colpito altre cinque o sei volte mentre io ero in carcere... Il mostro è un diavolo assassino, carogna, che odia le povere donne, un maledetto, che Dio lo bruci nell’inferno per tutta l’eternità".
Gli assassinati a cui si riferisce il contadino sono, tra gli altri, Francesco Vinci e la sua amante (e vicina di casa del Mago Indovino) Milva Malatesta, trovata carbonizzata dopo uno strano incidente stradale con il figlio di tre anni. Nomi già apparsi nel rapporto Kinsey: Milva era la figlia di Antonietta Sperduto variamente violentata negli anni da Pacciani e Vanni; il marito di Antonietta e padre di Milva si impiccò la vigilia di natale del 1980, strana impiccagione perché i suoi piedi toccavano terra. E ci sono altre morte ammazzate, tra cui Clelia, quella che stringeva in mano il ciuffetto di capelli castani con tracce di sangue di gruppo B. E poi Gina, Giuliana, Giuseppina, Luisa... Il catalogo continuerebbe.
In questo scenario, in cui nulla purtroppo è lasciato alla fantasia, appare nella veste del Gran Sacerdote quello che, con ogni probabilità, è il misterioso Mister B.
E' stata la donna vittima delle minacce telefoniche riportate sopra a raccontare che gli anonimi che la chiamano le hanno parlato di un "Gran Sacerdote della setta che risiede a Firenze".
Forse a Firenze non hanno più tanta voglia di sentir parlare di questa storia. Qualche magistrato se ne è dissociato apertamente. All’apertura dell’anno giudiziario 2003, il procuratore generale Gaetano Ruello ironizzò sul lavoro di Giuttari: "E si continua a indagare sui delitti del mostro di Firenze e su fatti che sembrano a esso connessi: con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne".
E il procuratore Ubaldo Nannucci ha parlato di "illazioni" e ha avuto scontri sia con Giuttari (a cui revocò l’indagine su alcune salme sfregiate all’obitorio dell’ospedale fiorentino di Careggi), sia con il pm perugino Mignini. Perfino Paolo Canessa, pm storico dell’inchiesta sul mostro, non è più in buoni rapporti con Giuttari.
E non parliamo delle tante volte che la Direzione Centrale del Personale del ministero dell’Interno ha cercato di trasferire Giuttari.
Per un anno e mezzo è stato di fatto disoccupato. Ne ha approfittato per scrivere i suoi gialli: "Mi sono trovato in una di quelle situazioni in cui o si sfascia una famiglia, o ci si ammala, o si trova una alternativa. La mia alternativa l’ho trovata nella scrittura".
La storia del mostro di Firenze non è ancora da mandare in pensione. C’è da scrivere l’ultima pagina.
Lo dobbiamo alle vittime, lo dobbiamo alla pietà che si deve provare per quei ragazzi, una fedeltà nella pietà simboleggiata dal cane di Pia Rontini, una delle ragazze uccise, che era bella e solare. Nella piazzola dove fu ammazzata ci sono delle croci a ricordare lei e il suo ragazzo. I genitori di Pia andavano spesso davanti a quelle croci con il loro setter inglese che "si metteva vicino alle croci e non faceva avvicinare nessuno, neppure loro".
Chiedo a Giuttari se per caso non si è innamorato dell’inchiesta e non si rassegna a capire che è finita.
"Ma stiamo scherzando?", è la sua risposta.
Poi si alza dal divano, accende il computer, mi mostra la foto del corpo straziato di Elisabetta, una ragazza fiorentina di 22 anni trovata morta in un residence in Sicilia dove era in vacanza con la nonna. "Disse alla nonna che andava su in terrazza ad appendere la biancheria che aveva lavato. L’hanno trovata così". Guardo la foto e non ve la descrivo. Dico solo che non può essere stato un suicidio, come è stato archiviato, nessuno può umanamente compiere una tale macellazione di se stesso con un coltello da cucina. Elisabetta entra, senza esserlo stata, nella serie dei delitti delle prostitute, nel periodo di maggiore attività del mostro, dall’81 all’84.
"Quando probabilmente furono eliminati possibili testimoni", dice Giuttari. Elisabetta aveva lavorato in un albergo di Perugia... Dice ancora il commissario: "A tutte le vittime dobbiamo la verità completa su quello che è loro accaduto". E la verità completa sta molto probabilmente in questo identikit: "Capelli castani, sangue di gruppo B, mani piccole".
Chi ha paura di Mister B.?

a firma: Antonio D’Orrico

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