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sabato 19 maggio 2018

dopo Vicchio

Appunto n. 24

Proseguiamo con l'analisi dei fatti di cronaca e delle testimonianze attorno al delitto Rontini - Stefanacci del 29 Luglio 1984 spostandoci stavolta ai giorni immediatamente successivi.
E' trascorsa soltanto una settimana quando su L'Unità compare un'interessante intervista a un noto psichiatra che ipotizza la possibile malattia del Mostro e si lascia andare ad alcune considerazioni che vale la pena leggere.


L'Unità
5 AGOSTO 1984

Intervista allo psichiatra Pancheri sulla personalità dell'ignoto maniaco
"Il mostro di Firenze non ricorda quello che ha fatto"
Probabilmente colpisce dopo aver collezionato l'ennesima frustrazione sessuale

ROMA - Sono ormai tanti anni che il cosiddetto "mostro" di Firenze colpisce, e tutti concordano nel ritenere che l'assassino sia un malato psichico. Ma secondo lei, professor Pancheri, può una malattia del genere durate inalterata per tanto tempo? O si deve prevedere che essa conosca un'evoluzione, e che prenderà presto una piega piuttosto che un'altra?
"Dipende dall'età, a mio parere" dice il professor Paolo Pancheri, direttore della quinta clinica psichiatrica all'Università di Roma. E' a casa, vi trascorre una parte delle ferie:
"Roma - spiega - è quanto mai piacevole in queste settimane".
In altri periodi dell'anno il professore sceglie invece, per le ferie e un vero riposo, la sua stanza abituale in un efficientissimo albergo di Nuova York; lo rasserena quando è là, e lo rinfranca, constatare in ogni momento che ogni cosa funziona alla perfezione.
"Ma torniamo al nostro malato, mi fa piacere parlarne con lei perché questo mi dà modo di sviluppare pensieri sui quali nei giorni scorsi, leggendo i giornali, mi ero già soffermato.
Se il male dell'autore degli omicidi di Firenze si è sviluppato quando aveva vent'anni, oggi è da credere che esso persista affatto inalterato."
- L'omicida quindi può continuare a colpire come ha già colpito.
"Se invece la malattia è insorta quando aveva ormai quaranta, quarantacinque anni, sarà da credere che essa sia prossima a invecchiare, così come invecchia la persona. La mia idea però è che il nostro malato abbia cominciato a colpire quand'era abbastanza giovane."

PROFILO CLINICO
- Si può tentare di tracciarne un profilo clinico? Lo scopo è sempre, naturalmente, quello di trovare il modo di prevedere il suo comportamento.
"E' difficile, stando a quanto si riesce a sapere di lui dai giornali. Noi non conosciamo il paziente, e quindi bisogna fare appello all'immaginazione per tentare di descrivere questo eventuale comportamento: ma sarebbe assai utile se si cominciasse a raccogliere in un calcolatore tutte le particolarità del comportamento di malati di questo genere, nel nostro e in altri paesi. Intanto direi che, clinicamente, qui non abbiamo a che fare con un paranoico: quest'ultimo vive in un proprio delirio, si ritiene perseguitato. Non è il nostro caso. Direi che esso non rientra neanche nelle patologie consuete. Certamente non è uno schizofrenico: quanto meno, a me casi del genere non sono capitati mai. Il nostro malato mi fa pensare piuttosto all'epilessia".
- Si tratta di quel male per cui chi ne è colpito si butta a terra, si torce, sbava?
"Il male non si manifesta solo e sempre così. Diciamo che per via di una lesione al cervello, per esempio, l'epilessia riduce nel paziente la soglia della capacità di controllo del comportamento. Quando interviene scatena manifestazioni che sono già pronte.
Per lo più, poi, il malato non ricorda quello che ha fatto; però può accadere anche il contrario. Anzi, ora che mi ci fa pensare, il caso di Firenze mi fa tornare in mente la vicenda di un mio paziente, un vero epilettico. Quando lo colpiva la crisi scappava di casa, se ne stava via anche due o tre giorni filati, passava il tempo a spiare le coppie nei prati e nei boschetti. Viveva nella sua macchina, tornava a casa dopo queste assenze in stato pietoso: sudicio, con la barba lunga, stremato. Ma ricordava tutto e diceva che quando la crisi arrivava l'impulso era irresistibile. Naturalmente la somiglianza con il caso di Firenze finisce qui, il mio paziente non ha mai ucciso. Sottoposto a terapia, in seguito, è molto migliorato".
- Vedo che anche per il caso di Firenze lei pensa a un voyeur, a un guardone.
"Beh, sì. E' un comportamento di base che può essere favorito da diverse circostanze. Per esempio, mi stupirebbe che l'assassino fosse sposato, che avesse comunque una compagna fissa. Forse ha problemi con la madre, forse anzi vive solo con la madre o forse del tutto solo, addirittura".
- Ho conosciuto un anziano aristocratico che per non dare un dispiacere alla mamma, vecchissima e con la quale continuava ad abitare, non si era voluto sposare mai. In compenso aveva fatto strage di cuori di cameriere, domestiche e commesse in tutto il quartiere.
"Succede. Ma non perciò, poi, uccideva, no? Qui, magari, noto un'altra caratteristica: il nostro malato è terribilmente insicuro perché va in giro armato: una pistola e un coltello".

ESCE ARMATO
- Non pensa che si armi così le sere in cui ha deciso di uccidere?
"Sarei più propenso a credere che di solito, quando va per prati, esce armato. Poi non è detto che uccida ogni volta che si mette a spiare una coppia. Spiare gli altri è un suo comportamento di base come lo è andare in giro armato. La crisi epilettica, l'impulso a farlo, può essere scatenato da un fattore esterno: dall'alcol, per esempio, perfino da una bevuta di acqua, poiché la pressione di questa nel corpo accentua l'edema del cervello".
- E quindi anche, forse, dalla vista di una coppia che fa l'amore; anzi, che si accinge a fare l'amore: è stato notato che il malato scatta proprio quando i due stanno per terminare le manovre di approccio.
"Lo stato di eccitazione infatti può provocare la crisi. Oppure la può provocare un'estrema frustrazione: per esempio il nostro malato ha tentato un'ennesima volta di andare con una donna la sera prima, qualche giorno prima, e ha fatto cilecca. Questo avvenimento esterno può provocare la crisi, l'impulso irresistibile in un malato che, normalmente, appare invece piuttosto mite.
Nessuno pensi che un malato di questo tipo a un semaforo, per esempio o per un sorpasso, impugnerà mai la pistola o il cacciavite. Anzi, molto probabilmente esibirà un atteggiamento sottomesso."
- Mi pare che il campo delle possibilità si stia restringendo. Anzitutto dunque si dovrebbe cercare un uomo tra i trenta e i quarant'anni di età, o poco più. Poi lo si dovrebbe ricercare tra coloro che vivono soli o con la madre.
"Soprattutto, se fossi inquirente, cercherei nell'ambiente delle prostitute. Chiederei se per caso il giorno prima, o pochissimi giorni prima dell'eccidio una di loro non abbia avuto tra i clienti un uomo particolarmente inibito e che anzi abbia reagito con qualche stranezza alla constatazione di non essere in grado di consumare l'atto".

a firma: Silvano Villani

*****

Passano due mesi dalla pubblicazione dell'articolo ed abbiamo un nuovo omicidio in pieno centro a Firenze.
Ancora una prostituta non più giovane, ancora nessuna effrazione nell'appartamento.
La donna si sentiva da tempo minacciata.
Facendo viaggiare la fantasia, è opera di un mostro che tenta di zittire una possibile testimone?
Luisa Meoni come Pinuccia Bassi, uccisa tre giorni prima di Vicchio?




L'Unità
14 OTTOBRE 1984

La donna ha aperto la porta di casa all'assassino
PROSTITUTA SOFFOCATA A FIRENZE
E' LA QUARTA VITTIMA DAL 1982

Una prostituta, Luisa Meoni, di 46 anni, di Lasta a Signa, è stata uccisa nel suo appartamentino situato al primo piano di un edificio di via della Chiesa, a Firenze.
La donna, secondo i primi accertamenti di carabinieri e polizia, sarebbe stata soffocata.
Il cadavere è stato trovato disteso sul pavimento della camera da letto.
Luisa Meoni era vestita ed i suoi abiti sono stati trovati in ordine. Il 27 luglio scorso un'altra prostituta, Giuseppina Bassi, di 55 anni, fu strangolata da ignoti nel suo appartamento vicino alla stazione di Santa Maria Novella.
Negli ultimi tempi altre due prostitute sono state assassinate nei loro appartamenti di Firenze: Giuliana Monciatti, di 40 anni (12 febbraio 1982) e Clelia Cuscito, di 37 anni (14 dicembre 1983), entrambe uccise a coltellate. Anche i responsabili di questi delitti non sono ancora stati individuati.
A scoprire il cadavere di Luisa Meoni è stata la donna delle pulizie quando ieri, verso le 11, si è recata nell'appartamento della prostituta. Il corpo si trovava supino sul pavimento della camera da letto.
L'assassino, o gli assassini, le avevano immobilizzato le braccia annodando tra loro le maniche del maglione che la Meoni indossava. La bocca era tappata da un batuffolo di cotone che ora è all'esame degli investigatori.
Sul corpo non sono stati riscontrati segni evidenti di violenza, per cui gli inquirenti ritengono che Luisa Meoni possa essere stata soffocata con il batuffolo di cotone.
La stanza è stata messa a soqquadro e, secondo le prime indagini dei carabinieri del reparto operativo, sono stati presi denaro e preziosi. I carabinieri quindi hanno preso in considerazione l'ipotesi che ad uccidere la prostituta siano stati dei rapinatori ma non escludono collegamenti con i precedenti delitti di prostitute ed in particolare con quello di Giuseppina Bassi.
E' stato inoltre accertato che è stata la donna (la quale venerdì sera era sicuramente viva) ad aprire al suo assassino, poiché non sono stati trovati segni di effrazione. Le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore Emma Boncompagni.


gli omicidi prima di Vicchio (Appunto n. 23)
il Mostro di Vicchio (Appunto n. 22)

mercoledì 9 maggio 2018

prima di Vicchio

Appunto n. 23

"Tanti delitti, molte domande".

Sono queste le parole di Riccardo Catola, sulle pagine de La Nazione il 29 Luglio 1984.
Perché la settimana che precede il duplice omicidio Rontini - Stefanacci, si è svolta una vera e propria carneficina:

Adele Barsi.
Insegnante fiorentina di lettere alla scuola media "Don Facibeni".
Trucidata in vacanza a Brunico, Alto Adige, da un maniaco senza volto.

Un cadavere carbonizzato e tutt'ora senza nome, accanto a un'auto rubata, ritrovato nei campi di Cornocchio, fra Calenzano e Barberino del Mugello.

Franco Sommovigo, tecnico fiorentino dell'arsenale militare di La Spezia.
Dipendente del "Geografico Militare" trovato morto in mare in circostanze assai misteriose e inquietanti.

Ma soprattutto:

26 LUGLIO 1984, giovedì
Ore 21-22.
Giuseppina "Pinuccia" Bassi, prostituta di 55 anni.
Strozzata in un appartamento di via Benedetta 2, dietro Via della Scala, di fronte alla discoteca Space Elettronic.
Il suo yorkshire Puffi non ha abbaiato durante l'aggressione ed è rimasto a vegliare il cadavere della padrona.
Cadavere nudo ritrovato alle ore 13 di Venerdì dall'amico e padrone di casa Umberto Cirri.
Completamente nuda, occhi sbarrati, distesa supina sul tappeto della camera da letto.
Lenzuola del letto disfatte.
Medici legali Mauro Maurri e Mario Graev.
Nessuna colluttazione, nessuna resistenza della donna, nessun segno di violenza a parte lo strozzamento operato con mani alquanto robuste.
La donna aveva un fisico molto forte, avrebbe potuto reagire alla minima esitazione del maniaco.
Nessuna traccia sotto le unghie, né peli, né sangue, né fibre tessili.
Incassava almeno mezzo milione di lire al giorno, ma la borsetta bianca dove conservava i soldi non è stata ritrovata.
"Se c'è stato un furto, può anche aver avuto lo scopo di sviare le indagini."
Chi non la conosceva non avrebbe mai immaginato il suo mestiere. Era molto elegante, riservata e cortese.
Nata a Rovigo, si trasferì a Firenze nei primissimi anni Sessanta dopo aver avuto una figlia.
In quel periodo faceva l'indossatrice per una casa di alta moda.
Ebbe una relazione con un ex pilota automobilistico, poi iniziò a prostituirsi in via Tornabuoni.
Per la propria sicurezza personale, dopo il '70 decise di prendere in affitto il magazzino di via Benedetta per accogliere i clienti.
In quegli anni abitava a Vaglia insieme a Pasquino Casati e la coppia nel '76 venne arrestata con armi e 300 grammi di eroina.
Entrambi assolti in appello, il compagno finì successivamente in carcere in Spagna.
Quindi Pinuccia era andata ad abitare in via Fiesolana, parallela di Borgo Pinti.





Troppi omicidi in una sola settimana.
Tutti senza colpevole.
Carabinieri e polizia cercano risposte a Firenze, nel Sud Tirolo e a La Spezia.

Sempre dall'articolo de La Nazione:

"Quando l'assassino è così abile da non lasciare tracce, quando nessuno vede o sente o sa dare una qualunque indicazione, quando soprattutto i delitti non hanno movente neanche in apparenza, è praticamente impossibile arrivare alla soluzione".
E' la spiegazione degli inquirenti.
In parte è ragionevole, in parte è tautologica, nel senso che risponde alla domanda con gli argomenti della domanda.
Come se si dicesse che un caso non si risolve per il semplice motivo che non si risolve.
Spiegazioni simili ne sono state sempre date anche a proposito del Mostro di Firenze, il maniaco delle coppiette che per quanto ne sappiamo è ancora in libertà malgrado l'arresto di ben tre persone.
Sono valide queste spiegazioni?
(cut)
I vari squartatori di Londra sono ancora a piede libero.
I mostri di Boston e gli "Zodiac Killer" della California anche.
Segno che a tutte le latitudini scoprire chi uccide senza motivo è quasi sempre un rebus irrisolvibile. Anche a Firenze sono tanti. Nel dopoguerra superano la trentina.

Il giornalista non può sapere che, proprio quella sera, poche ore dopo la pubblicazione del suo articolo, il Mostro di Firenze tornerà a colpire, strappando la vita all'ennesima coppia di giovanissimi fiorentini.
E non è finita.
Nel prossimo appunto ci concentreremo sul dopo Vicchio, perché anche in quelle settimane l'ondata di sangue non si fermerà.


il Mostro di Vicchio (Appunto n. 22)

domenica 25 marzo 2018

Gruppo Sanguigno

Appunto n. 19


In attesa di risolvere i miei ormai cronici problemi con YouTube, riporto un lungo articolo che racconta l'operato di Michele Giuttari nel 2006. L'aspetto che interesserà anche chi non vede di buon occhio la pista dei mandanti è che ancora una volta rispuntano prove dimenticate nel tempo, sparite senza apparente giustificazione ma che possono fornirci degli elementi utili a ricostruire il clima di quei giorni. Personalmente non ho mai creduto molto a un mostro che si libera di tracce così pericolose nei pressi dei luoghi dove ha commesso i suoi crimini quando contemporaneamente dimostra massima attenzione a non lasciare saliva sulla lettera col lembo di seno. C'è da considerare anche che il ritrovamento avviene a distanza di alcuni giorni da Scopeti e potrebbe essere un tentativo di depistaggio: un pezzo di un guanto da chirurgo con dentro un proiettile H e un articolo di giornale venne spedito sia a Vigna che a Canessa e Fleury.
Queste tre buste minacciose arrivano in Procura dopo che si è diffusa la notizia della macabra lettera col lembo di seno, siamo nei giorni tra il primo e il 5 Ottobre 1985. Contemporaneamente, il 4 Ottobre abbiamo ancora guanti da chirurgo, con sangue di tipo B a ScopetiMa le buste ai magistrati contengono saliva, e si risale al gruppo sanguigno A+.
Giuttari sottolinea la somiglianza del reperto da lui ritrovato con i capelli descritti tra le mani di Susanna Cambi e con quelli tra le mani della prostituta Clelia Cuscito, ex infermiera, uccisa il 14 dicembre 1983, con addosso sangue anche stavolta di tipo B.
E rimarca l'impossibilità che Elisabetta Ciabani si sia suicidata.
NB: il nomignolo "Mister B" viene qui spiegato non come iniziale del cognome di qualche personaggio attenzionato ma semplicemente come "il signore col gruppo sanguigno di tipo B".

Corriere della Sera Magazine
26 Gennaio 2006

Il 4 ottobre 1985 un giovanotto di nome Walter andò a curiosare, con sua sorella, il fidanzato di lei e un cucciolo di cocker, sulla scena dell’ultimo delitto del mostro di Firenze avvenuto qualche settimana prima nel bosco degli Scopeti. Il nastro della polizia delimitava ancora il luogo del crimine. Il cucciolo si infilò dentro un cespuglio molto fitto. Per tirarlo fuori, la sorella di Walter scoprì che nel cespuglio c’era un foglio di carta con dentro un paio di guanti da chirurgo e un fazzolettino di carta macchiato di rosso.
Walter portò tutto dai carabinieri. E non seppe più nulla.
Vent’anni dopo, sempre a Firenze, nell’ufficio del Gides, la squadra speciale che indaga sui delitti seriali, un assistente del commissario Michele Giuttari trova in uno dei faldoni che racchiudono la lunga storia del mostro, e che erano stati appena tutti riuniti nella sede del Gides, una busta con un fazzolettino macchiato di rosso e un pelo
Dall’incartamento risulta che era stata richiesta (e anche pagata) una perizia di cui non c’è traccia. Gli investigatori ne scovano una copia all’istituto di Medicina Legale.
A mezzanotte di quel giorno, che potrebbe rivelarsi fondamentale nella storia della caccia al mostro, il commissario Giuttari, disteso sul divano di casa sua, legge la perizia del professor Cagliesi. Quelle macchie rosse sul fazzolettino sono di sangue umano e precisamente di gruppo B (un gruppo abbastanza raro) e anche il pelo è umano, un frammento di 2 centimetri di un capello castano, liscio.
Giuttari segue da dieci anni il caso del mostro che uccideva le coppiette e tagliava via parti intime dal corpo della vittima femminile. stato lui a scoprire che Pietro Pacciani non era solo a commettere gli omicidi ma era affiancato da Mario Vanni, il postino diventato celebre per l’espressione "compagni di merende", e da Giancarlo Lotti. In dieci anni Giuttari ha imparato a memoria tutto quello che c’è da sapere sul caso. E, quando legge nella perizia del sangue di gruppo B, si ricorda subito che il gruppo sanguigno delle ultime due vittime del mostro non era quello. E si ricorda ancora che nessuno dei condannati o degli indagati della vicenda è di gruppo B.
Invece di quel gruppo era il sangue trovato sui capelli che Clelia, una prostituta uccisa in casa a Firenze nel 1983, teneva stretti nel pugno. Capelli lisci di colore castano che la donna aveva strappato dalla testa del suo assassino. Clelia, tra l’altro, aveva tra i suoi clienti Mario Vanni, il compagno di merende, e il suo cadavere era stato ritrovato in una posa simile a quella con cui il mostro di Firenze ha atteggiato, quando ne ha avuto il tempo, i corpi delle vittime. Giuttari ricorda ancora che una delle ragazze uccise dal mostro (Susanna Cambi) stringeva anche ella in mano un ciuffo di capelli che non appartenevano al fidanzato ucciso assieme a lei, e che erano di colore castano. Questa svolta nella ormai più che trentennale storia del mostro di Firenze l’ho appresa dall’ultimo libro di Michele Giuttari, ”Il mostro di Firenze. Anatomia di un’indagine”, appena pubblicato da Rizzoli. Ora la storia del mostro di Firenze mi è cara, anche se vi parrà strano che usi una espressione simile per una faccenda del genere, ma chiarirò poi perché, e perciò, appena finito di leggere il libro, sono andato nella capitale toscana a trovare l’autore. Pensavo che Giuttari ormai si fosse dedicato alla sua nuova e fortunata carriera di scrittore di romanzi gialli e fosse impegnato nella prossima avventura del suo commissario Ferrari (già diventato un beniamino dei lettori, non solo italiani).
Sapevo che Giuttari aveva avuto qualche incidente di percorso (screzi con i magistrati, dissapori con i vertici della stessa polizia) e che non era più il Capo della Mobile di Firenze. Sapevo, inoltre, per averne scritto su questo giornale (sulla scorta delle indagini del pm perugino Giuliano Mignini e del libro di Diego Cugia Un amore all’inferno), che sulla più clamorosa serie di delitti della storia italiana non era ancora calato il sipario.
C’era l’incredibile vicenda di Francesco Narducci, il gastroenterologo di Perugia, bello, ricco e di successo, e della sua complicata morte: annegato durante una gita in motoscafo sul Lago Trasimeno secondo la versione ufficiale; giustiziato per avere avuto a che fare con l’affaire del mostro di Firenze (come acquirente dei feticci asportati alle ragazze uccise?) secondo un’altra versione che avanzava pure l’ipotesi di una sostituzione di cadavere.
Ma non mi aspettavo la comparsa di un altro personaggio sulla scena dei delitti, di questo Mister B., non saprei al momento chiamarlo diversamente.
"In tutta questa storia c’è una persona che non è mai emersa. Ha i capelli castani, il sangue di gruppo B, le mani piccole (perché i guanti da chirurgo erano della misura numero 7). Era sul luogo dell’ultimo delitto, deve essersi ferito, ha levato i guanti (ritrovati rovesciati), ha tamponato il sangue con un fazzolettino, ha infilato tutto nel cespuglio a pochissima distanza da dove fu trovato il corpo della vittima maschile di quell’agguato.




Mi sembra una buona pista. Ma mi chiedo: c’è ancora voglia di percorrerla?". Seduto sul divano di casa sua in una via della vecchia Firenze, lo stesso dove a tarda notte il commissario lesse sgomento la perizia del professor Cagliesi, davanti a una guantiera di dolci di marzapane e pasta di mandorle appena arrivati dalla Sicilia e a una tazza di caffè preparato dalla moglie tedesca, Christa, ascolto dalla voce di Giuttari quello che ho letto nel suo libro. Sarà per la presenza del divano, il racconto di Giuttari assume quasi una forma psicoanalitica, quella che mi propone non è solo la storia (tecnicamente perfetta, da fare invidia ai maestri dell’Fbi) di una tormentata e difficile indagine, ma è, freudianamente parlando, una interpretazione degli incubi disseminati negli anni da questa vicenda.
Tanti hanno provato a raccontare la storia del mostro, ma nessuno era riuscito, come fa Giuttari, a darne un resoconto così chiaro ed esaustivo. Il suo libro è, come lo intitolerebbero gli anglosassoni, ”The Complete Mostro di Firenze”, ”The Ultimate Mostro di Firenze”. Resterà negli annali.
Dicevo che questa storia mi è cara, lo dico nel senso che ero studente a Firenze quando il mostro colpiva, quei fidanzati uccisi e mutilati erano miei coetanei. Mentre io leggevo all’università i padri del Dolce Stilnovo, i poeti fiorentini che avevano angelicato l’amore in versi come "Amor, che al cor gentile ratto s’apprende", quel "cor gentile" lo ritrovai una mattina sulla prima pagina del giornale nel cognome di una delle vittime del mostro, il povero Pasquale Gentilcore, 19 anni, ammazzato con Stefania Pettini il 15 settembre del 1974. C’era un bruto antistilnovista che, nella città che aveva cantato l’incanto divino dell’amore, trucidava innocenti coppiette.
E più tardi mi era capitato di seguire da cronista le gesta del mostro, di coprire (come si dice in gergo) il primo processo a Pacciani, di conoscere lo stesso Pacciani che si apriva la camicia sul petto per farmi vedere il grande cerotto che portava all’altezza del cuore, lamentando con voce piagnucolosa che era malato e poi di colpo, accennando con la testa a un collega che passava di lì, autore di pezzi colpevolisti nei suoi confronti, brontolava minaccioso: "Icché cerca? Buio", il modo fiorentino di dire che uno va a caccia di guai. E di questa storia mi era rimasta la sensazione, dopo processi e condanne, che Pacciani non potesse essere anche il beffardo mittente del pezzetto di seno di una delle vittime spedito all’unico magistrato donna, Silvia Della Monica, che seguiva il caso.
Né potesse essere Pacciani il protervo sfidante che faceva pervenire ai tre magistrati che indagavano sui delitti (Vigna, Fleury e Canessa), tre proiettili, uno a testa, contenuti in tre dita di guanti di gomma. Quante cose restavano fuori dalla verità processuale!
Restava fuori, soprattutto, il senso finale della faccenda, l’interpretazione dell’incubo.
A un certo punto sembrò che il significato ultimo stesse nel delirio sessuale di cui fu preda un vasto gruppo di abitanti dei dintorni di Firenze tra i Settanta e gli Ottanta. Ne veniva fuori una specie di Rapporto Kinsey dei costumi sessuali del contado fiorentino. Gli esempi sono infiniti.
Giovanni Mele, uno degli imputati di essere il mostro, che, come raccontava una sua amante, Jolanda, "amava andare a fare l’amore in un vecchio cimitero" e le parlava spesso "della tecnica dell’incaprettamento".
Salvatore Vinci, fratello di Francesco (anche lui imputato di essere il mostro e che poi morì incaprettato), che viene descritto dall’amante Ada come un super-eroe del sesso. Eccolo impugnare un vibratore, lubrificarlo con sapone, e rivolgerlo contro se stesso. Spesso la tecnologia lascia il posto all’ecologia. Un cetriolo fa le veci del vibratore oppure "uno zucchino avvolto in un perservativo". Ada non racconta balle. Durante una perquisizione i carabinieri trovano in casa di Salvatore: un cetriolo verde nell’armadio in camera da letto ("il posto del rinvenimento è indicativo della sua destinazione e certamente non è conservato per l’insalata", annotano i carabinieri nel verbale); un vibratore "poggiato sul comò"; un attrezzo tipo clistere; "uno zucchino in avanzato stato di decomposizione". L’uomo non è di legno e neppure i carabinieri, i quali annotano nel rapporto: "A questo punto non si sa se abbandonarsi per un momento all’ilarità più completa o meditare con profonda commiserazione sulle bassezze umane".
Il Rapporto Kinsey del contado fiorentino non finiva qui (il Dolce Stil Novo, sì).
La prostituta Gabriella, che la domenica pomeriggio riceveva nella sua casa fiorentina Giancarlo Lotti e altri compagni di merende arrivati appositamente in corriera da San Casciano, raccontò che una volta, nel corso di una di queste gite, a Mario Vanni "sul pullman della Sita, gli era caduto di tasca un vibratore con l’interruttore acceso e tale episodio esilarante, alla presenza di altri suoi compaesani e altri viaggiatori, lo aveva reso ridicolo". Erano gli anni dell’edonismo reaganiano e forse questa ne era una traduzione in vernacolo. Altri episodi del Rapporto Kinsey invece non fanno ridere, raggelano. Lotti raccontò che un giorno era a casa di Pacciani e questi, di colpo, "cominciò a toccarmi con le mani e mi disse: ”Spogliati”... Io di fatto non riuscii a andare via perché anche se era più basso di me era più forte... Mi prese la paura e mi toccò subire... Si tirò giù i pantaloni e mi toccò farlo anche a me, questa è la verità. Per farlo mi fece piegare". Era dunque, quella del mostro di Firenze e accoliti, una commedia pecoreccia (secondo un genere che è sempre stato di punta nel cinema italiano) con risvolti tragici? stata anche questo, conferma Giuttari nella sua inchiesta, ma non solo. C’è un altro livello oltre quello dei compagni di merende, ed è ancora più oscuro. il livello satanistico, esoterico. Giuttari l’ha ricostruito con pazienza. La prima intuizione la ebbe quando seppe che in casa di Pacciani c’erano dei fogli di quaderno scritti a mano con ricette di magia nera:

"Per fare una magia a morte prendere osso di un morto dal camposanto, polverizzarlo e benedirlo in chiesa con l’acqua santa, impastarlo poi in un dolce o in un bicchiere di vino, porta la vittima alla morte o alla pazia (pazzia)".

Poi scoprì le sedute spiritiche che si facevano nella casa colonica, che si trovava proprio nei pressi del luogo dell’ultimo delitto, del mago Salvatore Indovino (non era un cognome d’arte, si chiamava proprio così).
Gabriella, sempre lei, che non partecipava alle sedute (dove: "Prima facevano le carte, poi si davano all’alcol e alla fine facevano le orge"), ma frequentava la casa, raccontò che spesso aveva notato le tracce lasciate da quelle riunioni: "Candele spente, croci di carbonella combusta, preservativi, bottiglie di liquori vari vuote, nonché un cartellone appoggiato sul tavolo contenente tutte le lettere e numeri". Un cartellone come quello fu trovato in casa Pacciani (frequentatore, come gli altri compreso Narducci, del mago Indovino). E il mago una volta aveva spiegato a una donna come lui faceva i filtri d’amore.
Dunque, per unire per sempre una coppia c’era bisogno di "una foto e un pezzo di tessuto di indumento dell’uomo, del secreto vaginale e di peli pubici della donna.
Per compiere la magia la donna doveva convincere l’uomo a fare l’amore in un luogo aperto e in auto, e comunicare al mago la sera, il luogo e l’auto che avrebbe usato". Osserva Giuttari: "Sono dettagli che richiamano in modo impressionante la dinamica dei delitti del ”mostro”: qualcuno che sa in anticipo quando, dove e in che macchina si troverà una coppia a fare l’amore".
L’avvocato Fioravanti, difensore di Pacciani, una volta dichiarò che a compiere i delitti era stata "una frangia impazzita di certo satanismo che prevede il sacrificio proprio nel fatale momento dell’orgasmo... I sacrifici migliori per evocare i demoni sono quelli degli esseri umani e la morte più favorevole è quella che avviene durante l’orgasmo ed è chiamata mors justi".
Era farina del sacco di Pacciani? La traccia del satanismo Giuttari l’ha inseguita fino alle ultime conseguenze. Ecco alcune intercettazioni telefoniche effettuate a Perugia nel corso delle indagini sulla morte di Narducci (avvenuta poche settimane dopo l’ultimo delitto seriale).
Oggetto delle minacce è una teste, autori delle minacce un uomo e una donna (o due) che si alternano alla cornetta camuffando la voce con un timbro a volte falsamente infantile:

"Tu e la tua famiglia dovete morire... tuo figlio, con quella bella testolina tutta rossa... per il nostro signore Satana, verrà sacrificato sulle colline del Mugello... Ci vai dal tuo ciarlatano? Sì, noi ti aspettiamo, siamo già lì, dal tuo ciarlatano. Farà una brutta fine... La sua testa sarà portata e seppellita nelle colline di Firenze... dove c’è anche quel bastardo di Pacciani... era un nostro servo ma ha tradito... Ricorda il dottore amico di Pacciani... I traditori Pacciani e il grande medico... Narducci... finito nel lago strangolato... Presto per te arriveranno le tenebre di Satana... La polizia a noi non ci fa niente... tu morirai. importante che qualcuno di noi, e siamo tanti, lo faccia... puttana... scimmia... gallina!".

Pacciani in un memoriale del 1996 scrisse che "il vero mostro ha colpito altre cinque o sei volte mentre io ero in carcere... Il mostro è un diavolo assassino, carogna, che odia le povere donne, un maledetto, che Dio lo bruci nell’inferno per tutta l’eternità".
Gli assassinati a cui si riferisce il contadino sono, tra gli altri, Francesco Vinci e la sua amante (e vicina di casa del Mago Indovino) Milva Malatesta, trovata carbonizzata dopo uno strano incidente stradale con il figlio di tre anni. Nomi già apparsi nel rapporto Kinsey: Milva era la figlia di Antonietta Sperduto variamente violentata negli anni da Pacciani e Vanni; il marito di Antonietta e padre di Milva si impiccò la vigilia di natale del 1980, strana impiccagione perché i suoi piedi toccavano terra. E ci sono altre morte ammazzate, tra cui Clelia, quella che stringeva in mano il ciuffetto di capelli castani con tracce di sangue di gruppo B. E poi Gina, Giuliana, Giuseppina, Luisa... Il catalogo continuerebbe.
In questo scenario, in cui nulla purtroppo è lasciato alla fantasia, appare nella veste del Gran Sacerdote quello che, con ogni probabilità, è il misterioso Mister B.
E' stata la donna vittima delle minacce telefoniche riportate sopra a raccontare che gli anonimi che la chiamano le hanno parlato di un "Gran Sacerdote della setta che risiede a Firenze".
Forse a Firenze non hanno più tanta voglia di sentir parlare di questa storia. Qualche magistrato se ne è dissociato apertamente. All’apertura dell’anno giudiziario 2003, il procuratore generale Gaetano Ruello ironizzò sul lavoro di Giuttari: "E si continua a indagare sui delitti del mostro di Firenze e su fatti che sembrano a esso connessi: con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne".
E il procuratore Ubaldo Nannucci ha parlato di "illazioni" e ha avuto scontri sia con Giuttari (a cui revocò l’indagine su alcune salme sfregiate all’obitorio dell’ospedale fiorentino di Careggi), sia con il pm perugino Mignini. Perfino Paolo Canessa, pm storico dell’inchiesta sul mostro, non è più in buoni rapporti con Giuttari.
E non parliamo delle tante volte che la Direzione Centrale del Personale del ministero dell’Interno ha cercato di trasferire Giuttari.
Per un anno e mezzo è stato di fatto disoccupato. Ne ha approfittato per scrivere i suoi gialli: "Mi sono trovato in una di quelle situazioni in cui o si sfascia una famiglia, o ci si ammala, o si trova una alternativa. La mia alternativa l’ho trovata nella scrittura".
La storia del mostro di Firenze non è ancora da mandare in pensione. C’è da scrivere l’ultima pagina.
Lo dobbiamo alle vittime, lo dobbiamo alla pietà che si deve provare per quei ragazzi, una fedeltà nella pietà simboleggiata dal cane di Pia Rontini, una delle ragazze uccise, che era bella e solare. Nella piazzola dove fu ammazzata ci sono delle croci a ricordare lei e il suo ragazzo. I genitori di Pia andavano spesso davanti a quelle croci con il loro setter inglese che "si metteva vicino alle croci e non faceva avvicinare nessuno, neppure loro".
Chiedo a Giuttari se per caso non si è innamorato dell’inchiesta e non si rassegna a capire che è finita.
"Ma stiamo scherzando?", è la sua risposta.
Poi si alza dal divano, accende il computer, mi mostra la foto del corpo straziato di Elisabetta, una ragazza fiorentina di 22 anni trovata morta in un residence in Sicilia dove era in vacanza con la nonna. "Disse alla nonna che andava su in terrazza ad appendere la biancheria che aveva lavato. L’hanno trovata così". Guardo la foto e non ve la descrivo. Dico solo che non può essere stato un suicidio, come è stato archiviato, nessuno può umanamente compiere una tale macellazione di se stesso con un coltello da cucina. Elisabetta entra, senza esserlo stata, nella serie dei delitti delle prostitute, nel periodo di maggiore attività del mostro, dall’81 all’84.
"Quando probabilmente furono eliminati possibili testimoni", dice Giuttari. Elisabetta aveva lavorato in un albergo di Perugia... Dice ancora il commissario: "A tutte le vittime dobbiamo la verità completa su quello che è loro accaduto". E la verità completa sta molto probabilmente in questo identikit: "Capelli castani, sangue di gruppo B, mani piccole".
Chi ha paura di Mister B.?

a firma: Antonio D’Orrico

martedì 6 febbraio 2018

CLUB ANTI MOSTRO - La Prostituta e il Figlio Invisibile

Appunto n. 13

Sotto la sigla "Club Anti Mostro" pubblicherò una serie di informazioni che ho raccolto negli anni, a volte verbalmente e altre volte in forma scritta. Indagini amatoriali da parte di gruppi di appassionati di nera fiorentini. Perché anche nei primissimi anni 80 c'erano numerosi interessati ai fatti di cronaca che si trovavano e si scambiavano informazioni, che fissavano e facevano macchinate per raggiungere i luoghi degli omicidi a caccia di tracce. Un po' come avviene adesso. E nonostante non possedessero quell'utile strumento che è internet, avevano il vantaggio di effettuale i loro studi nello stesso periodo in cui i delitti avvenivano.
Alcune storie riguarderanno direttamente il Mostro Di Firenze, altre come in questo caso no, ma voglio nel mio piccolo rendere omaggio ai loro lavori che ci raccontano la Firenze di quegli anni. Non è un romanzo, sono tante piccole informazioni che alla fine hanno generato un quadro di insieme su personaggi legati alla prostituzione che dalla piazza arrivava fino a Santa Maria Novella.


Firenze, 1977. Dietro Piazza San Jacopino.
Una coppia di sposini sui trent'anni prende casa al quinto piano di una palazzina.
Partono per le vacanze e al loro ritorno, si ritrovano una denuncia per schiamazzi da parte degli abitanti del quarto piano. Ma i ragazzi, in quella casa, ancora non ci sono mai stati. Una vera e propria denuncia "preventiva". E' solo l'inizio.
La denuncia è stata sporta dalla più che settantenne signora G. vedova B.
Una vita intera trascorsa a prostituirsi.
Eccentrica, bassa, tarchiata, quando esce indossa una pelliccia voluminosa e una vistosa parrucca rossa che la rende inconfondibile. Nel quartiere è conosciuta come "la vecchia".
Quando rimane in casa, urla e impreca senza sosta, contro tutto e tutti.
I bambini del palazzo sanno che quando camminano per le scale, devono fare il massimo silenzio, perché lei li guarda dallo spioncino della porta e se sente un rumore, anche il più impercettibile, scatena la sua ira.
La notte la vedova B. posiziona sul pianerottolo un giradischi dal quale fa suonare a tutto volume, a ripetizione, canzoni romane sboccate, mentre lei fracassa il manico di un ombrello sulla ringhiera.
E quando non si improvvisa deejay, le cose vanno anche peggio: continue telefonate nel cuore della notte. A ripetizione. Senza sosta, fino al mattino.
La nuova coppia ci mette poco a scoprire che prima di loro questa signora irrefrenabile ha fatto scappare ben tredici inquilini.
Gli ultimi erano stati una signora molto anziana con il figlio pugile, un armadio di due metri che una mattina finì per perdere le staffe e, presa "la vecchia" per il bavero, la sbatacchiò contro il muro.
Prima ancora una coppia di anziani, il cui marito ebbe un esaurimento tale che cercò di buttarsi dal terrazzo.
Ma perché nessuno era mai riuscito a farsi valere con lei?
Da dove derivava tutta questa "intoccabilità" della vedova del quarto piano?
Forse dal suo amante, il maresciallo che le aveva pure regalato quell'appartamento?
Ma il maresciallo non era il suo unico amante, stando alle voci di quartiere anche il prete della Chiesa aveva una relazione con lei. Condividevano perfino il cognome.
La vecchia però non viveva sola. Aveva un figlio. I primi anni neanche se ne accorsero dell'esistenza di questo figlio, perché non si vedeva mai. Aveva lavorato per l'azienda telefonica poi diventata Sip (oggi Telecom).
Il figlio aveva circa 45 anni nel 1985.
Quelle rarissime volte che lo si vedeva in giro, anche lui indossava una parrucca rossa, come la madre.
Guidava una Vespa GTR celeste.
Non si hanno altre informazioni su di lui, perché la madre lo teneva segregato in casa.
Lo comandava, lo proteggeva dalle persone là fuori. Ciò che aveva fatto quel figlio, almeno ciò che era a conoscenza degli abitanti del quartiere, era terribile: aveva stuprato una ragazzina.
Una famiglia sicuramente atipica.
Una sera, guardando una trasmissione televisiva di approfondimento sul Massacro Del Circeo, madre e figlio passarono tutto il tempo ad urlare
"Bene! Uccidetele tutte quelle pu**ane! Sono solo delle pu**ane, meritano di morire!"

La coppia di sposini sopportò per otto anni quelle condizioni di convivenza infernale, poi si arrese.


La canzone preferita (Alvaro Amici, Sora Assunta, da YouTube)
Massacro del Circeo (Wikipedia)